Di toga e di governo

Come vorreste che fosse un magistrato? Noi così: pacato, autorevole, fedele nei secoli per immutabile senso di appartenenza, né cortigiano né eremita, consapevole del suo alto ufficio. Forse il più alto: decidere se un proprio simile ha ragione o torto (cause civili), è colpevole o innocente (processi penali).  “Chi sono io per giudicare?” dice spesso papa Francesco. E c’è chi giudica mestiere. Fatto affascinante e terribile allo stesso tempo. Ma se entriamo nello specifico del dibattito riesploso in questi giorni sulla fuga delle toghe verso la politica e sull’abitudine della politica di blandirle affinché fuggano, qualcosa non torna. Che bisogno un procuratore di uscire da un tribunale per infilarsi in una Camera? Pensa d’andare a esercitare maggiori poteri? Evidentemente no: gli ultimi trent’anni di storia repubblicana dimostrano che non esiste casta più forte della magistratura. Ritiene che il trasloco consenta un migliore servizio del bene comune? Guardate com’è ridotta la politica: irrilevante, inconcludente, spesso ladra. Un leader non dura più di tre anni, poi cominciano a cuocerlo a fuoco lento fino a ridurlo a bistecca. E allora che cosa provoca la spinta fatale di tanti giudici verso un laticlavio considerato più importante di quello ottenuto vincendo un severo concorso? Probabilmente la fama acquisita. Non c’è comizio che garantisca visibilità come un’inchiesta spettacolare e spettacolarizzata. Uno diventa personaggio senza accorgersene oppure accorgendosene. In ogni caso capisce al volo che tentare la carriera di deputato o di ministro è gioco da ragazzi. Tanto più se le sirene dei partiti si sciolgono in canti languidi. Una politica in crisi di reputazione (50 cittadini su 100 non votano più) ha convenienza a corteggiare volti noti di un potere uguale e contrario. Sia che si debba eleggere un sindaco, un governatore,  un senatore, sia che ci si sia bisogno di incaricare guardie speciali per tenere a freno ladri normali. E queste guardie sono sempre di più: il salto della quaglia dalla giustizia a una authority parlamentare è prassi accettata. L’uragano Di Pietro ai tempi di Mani Pulite indusse schiere di giovani a iscriversi alle facoltà di giurisprudenza per diventare anch’essi, fustigatori del mal costume. Quando il Tonino nazionale si strappò la toga di dosso platealmente e fondò un partito diventando in un amen ministro e leader, il sogno di una generazione si infranse. Sia chiaro che il fenomeno della staffetta magistratura-politica è sempre esistito. Un caso su tutti: Scalfaro faceva il giudice: cambiò casacca e arrivò a sedersi sulla prima poltrona del teatro pubblico, quella di capo dello Stato. Sia chiaro altresì che la categoria dei rappresentanti del popolo non esclude le toghe. Curioso sarebbe il contrario. Ma c’erano professioni che nell’immaginario collettivo avevano un alone di solennità, forse di sacralità. Chi le esercitava era come investito da una sorta di mandato, quasi da una missione – questo pensava la gente – e l’esercizio non prevedeva sospensioni, ripensamenti, mutamenti di fronte. Era un esercizio per sempre. Di questa regola, simile a quella monastica, erano depositari laici proprio i magistrati: una volta varcata la soglia di una camera di consiglio ne sortivano solo per andare in pensione, fatti salvi i cambiamenti di sede dovuti allo svolgersi naturale della carriera. Non è più così. E c’è anche il caso della marcia indietro con ritorno al punto di partenza. Una porta girevole, insomma.
Non è bello, anche se assolutamente legittimo, vedere che sacerdoti dell’imparzialità si pieghino a liturgie estranee al privilegio di stare al di sopra e al di fuori delle parti. Ma ci rendiamo conto che nell’epoca del relativismo, ribadire questo concetto risulta inutile e stucchevole. Comprendere perché adepti di una congregazione potente e inespugnabile s’infilino nelle schiere di un apparato debole e sputtanato , è materia che lasciamo a filosofi e psicologi. O semplicemente a strateghi delle carriere. Ma che cosa si perde, in Italia, a causa di queste trasmigrazioni aggravate e continuate è risposta pronta: si perde la certezza che i processi celebrati in Italia siano processi e basta.

Misurate lo spread degli incendi

Misuratelo oggi lo spread, cari sacerdoti dello zero virgola che ci avete fracassato i limoni nei mesi del governo Monti. Misuratelo mentre brucia l’Italia più bella, Sicilia, Puglia, Campania, Toscana, Lazio, in una miscela di caldo torrido e di affari criminali. Calcolate quanto Pil è andato alla malora per le foreste che non ci sono più, per i paesaggi che i turisti quest’estate non vedranno, per il sopruso inferto a madre terra. Altro che differenziale tra i Bund tedeschi e i nostri Btp conteggiato maneggiando algoritmi. Qui basta la saggezza contadina per capire che il Paese si sta impoverendo anno dopo anno mentre il G20 s’interroga sul clima, cioè sul lucro cessante, e non vede il danno emergente. Ci è capitato di avvistare in anteprima sulle colline della Sicilia nordorientale i segnali di fumo qualche giorno fa e oggi Messina è ridotta a un colossale braciere. Sì, proprio segnali di fumo, ma non c’entrano i Sioux, per i quali i falò erano un modo di parlarsi a distanza. C’entrano sciagurati piromani che hanno cominciato la loro lugubre tournée estiva, spesso facendo l’interesse di guardie forestali precarie e di costruttori edili assetati di aree da cementificare. Se c’è da rimboschire, dopo l’incendio devastante, è più probabile ottenere il rinnovo del contratto. Se non c’è niente da fare, qualcuno può pensare all’alternativa di un cantiere. Ipotesi stupefacente, non dimostrabile, ma verosimile per somma di indizi recidivi. Non è leggenda dalle mie parti (sono un siciliano di nascita avvilito dallo scempio) che in certi casi gatti e cani randagi vengano usati come torce: li immergono nella benzina, gli danno fuoco, li liberano e la loro corsa disperata porta le fiamme a destinazione tra le sterpaglie. I notiziari dicono che il 2017 è già l’anno nero dei roghi in tutto lo Stivale. Crescita del 35 per cento dei voli dei Canadair che fanno spola dalla terra al mare. Villaggi turistici e rioni urbani, persino istituti universitari evacuati, ettari di macchia mediterranea in cenere rappresentano la simbologia distruttiva di un rituale barbarico cui siamo ormai assuefatti quasi il comune senso della conservazione fosse caduto preda di un’anestesia sociale. In gioco c’è il consumo inesorabile del pianeta, la certezza di non poterlo nutrire, gestire mantenere, se è vero, come annunciano gli antropologi,  che presto saremo nove miliardi di persone, la maggior parte assiepate tra Europa e Americhe per lo svuotamento progressivo dell’Africa. Sempre meno terra, perché sacrificata a sua maestà il mattone: studiando la nostra epoca, come abbiano fatto noi con le civiltà del passato, i posteri scopriranno che avevamo una passione smodata per immensi capannoni usa e getta edificati nelle periferie delle metropoli e una predilezione ossessiva per le rotonde nelle strade. Sempre meno alberi, perché con gli incendi aggravati e continuati li abbiamo fatti fuori scarnificando colline, modificando equilibri ambientali, violentando panorami che restano sulle cartoline. L’autocombustione? Non esiste: è una barzelletta quando vanno a fuoco interi versanti di montagna. C’è lo zampino maligno dell’uomo. C’è la mancanza di una seria vigilanza. C’è che l’allarme dovrebbe essere lanciato tempestivamente. Quando il fuoco ha invaso migliaia di ettari non si può puntare il dito sulla scarsità dei mezzi di soccorso. Ma il Paese ha bisogno di un capro espiatorio immediato e in questi giorni è sotto processo la lentezza dei Canadair non il fatto che immani distese sono diventate terre di nessuno. Una volta vi si coltivavano agrumi, melenzane, viti, olive e la sorveglianza era garantita. Dedicato a chi si appresta a trascorrere le ferie al mare. Difficile dimenticare le fotografie di sette capidogli andati a morire su una spiaggia della Penisola, anni fa, perché ingannati dai sacchetti della spesa. Li avevano scambiati per calamari ed era plasticaccia e loro l’avevano ingoiata perdendo l’orientamento. Non fa rabbia la morte del bestioni, ma la beffa della quali caddero vittime. La stessa beffa che ci porta a considerare una retrocessione inflittaci da Moody’s più grave della perdita di una foresta.

 

“Ho mangiato più riso che spaghetti”

Hong Kong da colonia britannica a città nuovamente della Cina: il passaggio del testimone, avvenuto vent’anni fa, evoca il ricordo di padre Adelio Lambertoni, non solo nella sua Varese che gli conferì la Martinella d’oro alla memoria. Egli fu uno dei primi missionari italiani che negli anni ’60 osò predicare il Vangelo dove imperava il libretto rosso di Mao. Religioso senza rinunciare a prendere di petto la vita in tutte le sue manifestazioni, servo di una Chiesa di frontiera che avuto in sorte di misurarsi prima con gli eccessi del colonialismo, poi con i rigori del comunismo, quello di padre Adelio è il non facile ritratto di un uomo d’azione. Lui c’era quando sotto il dominio di Sua Maestà britannica Cristo aveva le sembianze di pescatori poveri stipati nei villaggi che rappresentavano l’altra faccia della ricca Hong Kong dei grattacieli e delle banche. Lui c’era, nel 1989, quando anche da Hong Kong colonne di giovani andarono al tragico appuntamento con i carri armati nella piazza di Tienanmen a Pechino. Lui c’era nel 1997 quando un solenne ammainabandiera decretò il ritorno della metropoli alla madrepatria. “Domani, due luglio, celebrerò la prima messa in territorio cinese”, confidò agli intimi coronando un sogno antico. E c’era nei giorni terribili della Sars quando una fotografia rimbalzata in Occidente la primavera del 2003 lo ritraeva sull’altare della sua parrocchia, il giorno di Pasqua, le mani coperte dai guanti a reggere il calice, la bocca protetta da una mascherina davanti all’ostia consacrata. Tante vittime. “In quasi 40 anni di missione ho visto sacerdoti rapiti e fedeli perseguitati, ma mai abbiamo dovuto affrontare un’emergenza così grave”, ci raccontò Adelio descrivendo mesi da incubo. Tutto chiuso a Hong Kong: negozi, uffici, scuole, i barellieri come monatti nelle case colpite dall’epidemia, suicidi tra i sopravvissuti che non si rassegnavano alla miseria. Era già malato in quel periodo Lam Sen-fu, nome cinese del missionario con gli occhi azzurri, profondi, e la voce tonante da caporale di giornata. “Torna a casa, tu che puoi”, gli dicevano. Restò per vedere il flagello diminuire e infine spegnersi. Restò per combattere il nemico personale che dalla prima metà degli anni ’90, a ondate, lo attaccava dentro, promettendosi di sopraffarlo. Bella testimonianza di fedeltà alla vocazione missionaria e di amore per la sua gente.
Pizzetto da alpino, maglioni occidentali attorno a un fisico possente, capelli folti fino a quando i chemioterapici assunti per curarsi non cominciarono a diradarli, padre Adelio è stato per la sua gente l’uomo, l’amico, il difensore, il suscitatore di speranza e di ottimismo. Girava per i villaggi con una moto Cagiva, costruita nella sua città, Varese. Di sacerdotale aveva poco nell’aspetto quando spuntava all’orizzonte evocando scene da film americano. Poi, sull’altare, durante le liturgie, usciva la sua anima che aveva imparato a pensare in cinese, lievitava il profondo sentimento di giustizia di cui s’era fatto ambasciatore sin dal primo giorno e si capiva quel che gli disse una volta una vecchina, offrendogli una tazza di hong cià, bevanda di colore rossastro: <Confucio sarebbe stato contento di te”.
Giuseppe Garibaldi eroe dei due mondi, padre Adelio Lambertoni ambasciatore di due culture: l’occidentale e la cinese. Amava dire, facendo il bilancio di quarant’anni vissuti in Oriente nella trincea dei diritti umani vilipesi e di quelli religiosi maltrattati: “Ho mangiato più riso che spaghetti”. E quella frase, di cui molti si sono ricordati il giorno dei suoi funerali nella chiesina di Velate, un caldo pomeriggio di luglio del 2006, ha acquistato il peso di epigrafe testamentaria, quando dalle prime panche quattro persone con gli occhi a mandorla sono salite sull’altare e hanno recitato il Padre Nostro nella lingua di Canton.
Quelle persone erano alcuni dei figli adottivi di Adelio. Ragazzi strappati alla miseria di barconi ormeggiati lungo i canali di Hong Kong. Uomini e donne senza niente alle quali il Vangelo non era stato solo raccontato.

La lezione di Navarro

La “lectio doctoralis” di Joaquin Navarro Valls a Varese il 27 marzo del 2006 pose l’uditorio dell’ateneo dell’Insubria di fronte a interrogativi forti: davvero il genere umano s’apprestava a radere al suolo la Torre di Babele abitata da linguaggi condannati a non comprendersi? E davvero televisioni, satelliti, telefonini, internet spalmavano dialogo autentico sui cinque continenti, rendendo omogenea, la materia sociale. Quel giorno il compagno inseparabile dei ventisei anni di pontificato di Giovanni Paolo II riceveva la laurea “honoris causa” in Scienze della comunicazione. Quando gli diedero la parola sciorinò con garbo le sue perplessità. Una in particolare: la meraviglia suscitata dal trionfo della tecnologia continuava, secondo lui, a lasciarci muti e sordi come quando l’ignoto stava appena al di là dei confini domestici. Dominavano, a suo dire, sciatteria, approssimazione, irresponsabilità, chiasso.  Sono passati undici anni: l’imbarazzo di Valls oggi sarebbe ancora più evidente. Perché l’equa distribuzione della conoscenza resta un miraggio; perché la politica intesa come manifestazione più elevata della solidarietà è una missione impossibile; perché l’abiura della sopraffazione affidata alle guerre è sempre un proposito. Conclusione: comunichiamo, non progrediamo, sappiamo e ci rendiamo conto di continuare a non sapere. Di annunci twittati e di immagini virtuali si serve il Palazzo, ma per accentuare aggressività e violenza come dimostrano gli accadimenti di questi giorni nella piccola patria europea di fronte al dramma dei migranti. Gli stessi strumenti manovra l’economia e troppo spesso il messaggio non è di verità, ma di illusione. Poi c’è il bombardamento multimediale sulla domanda di effimero, svago, divertimento: poco di educativo, alienazione  fine a se stessa. Navarro Valls parlò nell’aula magna dell’Università dell’Insubria a un anno esatto dal giorno in cui l’uomo abituato a trattare con i grandi della Terra s’era rivelato fragile messaggero della fine imminente del “suo” papa. Gli chiesero quali sentimenti provasse e lui, il portavoce con la vocazione da ambasciatore, lo psichiatra prestato al giornalismo, rispose con gli occhi umidi che i suoi sentimenti non avevano nessun interesse. Ci lascia in eredità un monito l’ispanico con i modi da baronetto britannico cui è toccato in sorte di dar voce al pontefice più impressionante del Novecento. E questa eredità venne resa pubblica proprio a Varese. La comunicazione non è dominio, è impegno non è disinvoltura. La fretta di comunicare non ammette compromessi con l’etica; l’amore della notizia non può forzare i ritmi dell’uomo; la globalizzazione è malata se non cancella il castigo biblico delle lingue che non si intendono. Un invito a ripensare a Sant’Agostino che considerava la falsa speranza un danno maggiore della disperazione.

 

 

 

Tax vobis

Tax vobis, la tassa sia con voi  A fine giugno l’Imu sulla casa, adesso l’Irpef, che è peggio. Tolto il dente, il dolore resta. Pochi Paesi al mondo strangolano i redditi da lavoro come l’Italia. In tutte le democrazie lo Stato è socio dei cittadini che producono ricchezza: incassa un dividendo in cambio di servizi, si spera decenti. Da noi detiene il pacchetto di maggioranza, restituendo prestazioni mediocri, ed è arrivato a pretendere quasi il 60 per cento che è strozzinaggio. O estorsione. Perché paghiamo così tanto? La palla al piede del debito pubblico, certo, ma anche due premier ballisti. Sia Berlusconi, sia Renzi avevano promesso sconti, il primo addirittura in un contratto televisivo con gli italiani, e le reti sono rimaste inviolate. Il secondo se l’è cavata con i famosi 80 euro. Poi c’è l’evasione fiscale mai combattuta fino in fondo, forse per il pudore che attanaglia chi sa di esagerare: solo l’1 per cento dei contribuenti dichiara un lordo di centomila euro, un terzo dei lavoratori autonomi fa figurare un guadagno pari a zero. Si aggiunge la novità che il “nero” circola allegramente alle nostre latitudini, nonostante i controlli, spesso dopo essere rientrato dalle banche svizzere. Le statistiche segnalano che l’ Italia galleggia sul contante, stipato nelle cassette di sicurezza degli istituti di credito e nei forzieri domestici. Il cash é un pozzo senza fondo. Doveva prosciugarlo una legge di cui si parlò nelle cronache parlamentari lo scorso autunno. Prevedeva che il cittadino segnalasse il possesso di rotoloni di banconote sottratti alla sorveglianza tributaria. Si sarebbero pagate le imposte dovute, ottenendo in cambio un forte sconto, praticamente l’annullamento delle sanzioni. Un bis di quello che accadde quando si aprirono le porte al ritorno dei capitali depositati all’estero, durante il regno di Tremonti. ll Fisco avrebbe recuperato quasi due miliardi, un bel gruzzolo. Ma vuoi per le resistenze, vuoi per il caos politico seguito alla ritirata di Renzi dopo il flop del referendum costituzionale, non è accaduto nulla di tutto ciò. Abbiamo una modesta proposta che non risolverebbe il problema ma ci darebbe la  soddisfazione di sapere: istituiamo accanto all’Agenzia delle entrate, un Agenzia delle uscite. Bastonati, oltre che cornuti, potremmo capire dove finiscono gli ettolitri di sangue prelevati ai donatori onesti. Prendiamo la provincia di Varese: ha un prodotto interno lordo di 27 miliardi l’anno dal quale lo Stato ricava un utile tributario di 8-9 miliardi di euro. In lire si capisce meglio: 16-18mila miliardi. Scusate, come fanno tanti sindaci a dire “non abbiamo più un soldo, dobbiamo rinunciare a eventi e manifestazioni, va già bene se riusciamo a pagare l’asfaltatura delle strade”? E le addizionali Irpef regionali e comunali? Risultiamo virtuosi in Lombardia rispetto ad altre aree geografiche, soprattutto al Sud, non rinunciatari. Nel senso che regione e municipi la loro parte di tasse  se la pigliano. Ma dove caspita s’infratta questa sterminata ricchezza, chi si mangia, magari a sbafo, i soldi che il cittadino pensa di versare per essere curato bene quando va in una corsia, per ottenere giustizia rapidamente in tribunale, per vedere cantieri di opere pubbliche aperti e puntualmente chiusi? Ecco, l’Agenzia delle uscite servirebbe a questo: una per regione, trasparente nei confronti di una pubblica opinione stanca di abitare nel Paese fiscalmente il più esoso del pianeta e perennemente sull’orlo del baratro in economia. Da capire ci sarebbe se conoscendo i meccanismi di impiego di quanto versiamo, diventeremmo finalmente un’altra Italia: affrancata dai privilegi delle caste; capace di valorizzare i propri tesori; impegnata a difendere l’interesse nazionale . Non serve una moratoria tributaria se il cento medio con i soldi in più che si ritrova in tasca acquista Audi e Mercedes perché la Fiat, ormai americana, é rimasta ferma per tanti anni alla Panda e alla Cinquecento. E qui si torna ai massimi sistemi che comprendono, sia chiaro, meno tasse per rilanciare i consumi, ma anche idee chiare su che cosa fare qualora l’evento si verificasse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma dove fu uccisa Lidia?

La sentenza sulla morte di Lidia Macchi (è stato davvero Stefano Binda a ucciderla? E perché?) non è lontana come l’anno del delitto, il 1987, ma nemmeno vicina. Si andrà come minimo all’autunno, se basta. Fin qui il processo ha dato più l’idea di censurare il passato, con più di un siluro all’indirizzo del pubblico ministero Agostino Abate, che di illustrare il presente. E per presente non si può intendere l’arcinota lettera “In morte di un’amica”, ma che cosa ha prodotto il colossale intreccio di nuove perizie. Grafologi, anatomopatoligi, psicologi, persino archeologi forensi: non c’è branca della moderna criminologia, rappresentata nell’immaginario televisivo dalle gesta dei Ris, che la Procura generale di Milano non abbia mobilitato, dopo aver tolto la patente dell’inchiesta  al pm di Varese. Segno di vasti orizzonti investigativi. Ma l’impressione, salvo colpi di scena tenuti in serbo dall’accusa, è che non sia saltata fuori, nonostante gli sforzi tenaci, la madre di tutte le prove: un dna riconducibile a Binda cercato tra i poveri resti di Lidia, riesumati un anno fa, e su alcune lame trovate scoperchiando un intero parco pubblico nella castellanza di Masnago. Lì, secondo la testimonianza-chiave di Patrizia Bianchi, ex fidanzata dell’imputato, il presunto assassino sarebbe andato a gettare l’arma del massacro: ventinove coltellate inferte dopo un atto sessuale. Il tempo, nel caso che prima o poi sbucasse dal buio un’impronta genetica utile a incastrare Binda o a scagionarlo, non trascorrerebbe invano. Gli accertamenti, infatti, vennero effettuati con il metodo dell’incidente probatorio: i loro esiti sarebbero utilizzabili anche a processo inoltrato. Paolo Grosso giorni fa ha scupolosamente elencato sul quotidiano La Prealpina i pro e i contro riguardanti la colpevolezza di Binda: sono tanti indizi che, sommati, possono orientare la corte d’assise. Ma fin qui nessuna luce su dove Lidia, in quella “notte gelo e di stelle”, ha patito tutte quelle atrocità. La giovane promessa di CL era certamente con uno di cui si fidava ciecamente. Uno che conosceva bene, con il quale aveva un appuntamento fuori dell’ospedale di Cittiglio dove aveva trascorso il tardo pomeriggio con l’amica Paola Bonari. Senza dirle, a quanto pare, con chi si sarebbe incontrata. Ora, la ricostruzione che i media hanno più volte trasmesso, il programma Quarto Grado in particolare, vicinissimo a fonti della Procura generale di Milano, questa ricostruzione, dicevamo, mette al centro della scena del delitto la Panda con i fari accesi vicino alla quale, coperto da un cartone, fu trovato il cadavere di Lidia la mattina del 7 gennaio 1987. Nel minuscolo spazio vitale dell’auto della ragazza si sarebbe svolto tutto o quasi: prima l’amore tra Lidia e Stefano, poi il raptus, il litigio, il tentativo di fuga della vittima, infine la carneficina. Non è verosimile, siamo seri. Dovrebbero essere ancora vivi gli investigatori che i cronisti dell’epoca videro scendere da un viottolo sterrato quella mattina, uno in particolare, il maresciallo dei carabinieri Armando Ferrante. Egli scosse la testa, stretto in un cappotto grigio, come mostrano alcune fotografie scattate sul posto, e diede netta la sensazione di non credere che il delitto fosse avvenuto in quel luogo, allora frequentato da drogati e prostitute. Non c’era sangue, il sangue prodotto da una trentina di fendenti. Non ce n’era sui sedili, salvo una macchiolina, né fuori, accanto al corpo. Vero che faceva molto freddo, che le basse temperature possono congelare le ferite. Vero che erano passate ventiquattro ore, almeno, dal terribile macello: Lidia era scomparsa il 5 gennaio. Ma quanto s’intuì allora fu che la Panda era servita per trasportare sulla collinetta tra i territori di Cittiglio e Caravate, un corpo straziato altrove. Dove? Questa sì che fu una lacuna investigativa, forse frutto di scarso scambio di informazioni tra Arma e Polizia. Nei mesi successivi, mentre Abate passava a setaccio il mondo di Lidia, per poi virare su un prete non ciellino sospettato al punto da essere sottoposto al test del Dna, si seppe che la squadra mobile dava la caccia a un appartamento, un luogo chiuso. Ipotesi: Lidia e il suo assassino erano stati lì e lì era avvenuto l’imprevedibile. Poi il trasbordo del cadavere, magari con l’aiuto di qualcuno. Chi? Ecco il mistero, uno dei tanti. Ed ecco la fatica improba di chiarirlo dopo trent’anni.

 

La Freccia Rossa s’è fermata Eboli

L’Italia delle ferie, per chi riesce ad andarci, serve a montare il grandangolo sulla macchina fotografica e ad avere una visione allargata del Paese. A proposito: gli analisti annunciano un boom del flussi turistici. Soldi freschi nelle casse, utili a far girare l’economia che dicono stia uscendo dal letargo. Che cosa si osserva spostandosi dalle città in cui si vive e si lavora? Innanzitutto che abbiamo fatto passi in avanti sul cammino dell’ammodernamento. Filano i treni dell’Alta Velocità, ma solo fino a Napoli. Poi è tutto come prima o quasi. Le Frecce da rosse cambiano colore e sapore: diventano bianche e argento. Niente a che vedere con i carri-bestiame degli anni ’50, intendiamoci, ma poco comfort e andamento lento. A Eboli si sono fermate anche le ferrovie, non solo Cristo. Che errore storico non aver realizzato il Ponte sullo Stretto di Messina dopo averci sprecato un tesoro in progetti, stipendi a manager e gran ciambellani, parcelle a ingegneri, penali da pagare per gli appalti assegnati e sfumati. Al netto dei sacrifici paesaggisti, comunque non evitati – basta guardare lo scempio di preziosi angoli sulle nostre coste – il Ponte, al cui finanziamento erano interessati i cinesi, avrebbe saldato il Mezzogiorno all’Europa, garantendo sviluppo globale e occupazione locale. L’opera in sè non avrebbe avuto alcun senso, ma un corridoio veloce da Roma a Napoli, sì. Per tanti motivi, tra i quali uno, in prospettiva: togliere dalle strade le carovane di Tir come con lungimiranza hanno fatto gli svizzeri costruendo la galleria sotto il Gottardo. Prepariamoci invece agli ingorghi e alle code sull’A1 perché due camion che si sorpassavano sono entrati in collisione mettendosi di traverso sulla carreggiata. Ore d’attesa snervante sotto il sole. Già l’A1: fu realizzata da Milano a Napoli in sette anni quando i governi sembravano meno attrezzati in fatto di programmazione e non avevamo le tecnologie di adesso. Per rendere decente la Salerno-Reggio Calabria c’è voluto più di mezzo secolo: ci sbeffeggia la stampa di mezzo mondo quando, da giugno in avanti, manda i propri inviati a raccontare la grande bellezza e le enormi debolezze del Paese nel quale americani, inglesi, americani e giapponesi vengono a scoprire i segni di una civiltà senza eguali. E la scoprono maggiormente, questa civiltà, in quel Mezzogiorno che appare sempre di più un modo a parte. Non solo per i voti degli esami di maturità che risultano inspiegabilmente superiori rispetto a quelli di altre regioni d’Italia, anche per altri misfatti conosciuti da tutti: l’egemonia di gruppi malavitosi, spesso in combutta con la politica, l’indice carente di tutti i pubblici servizi, la qualità disastrosa del contesto sociale dominato da familismo, rapporti clientelari, abuso della raccomandazione. Lo Stato nazionale ha continuato negli ultimi decenni la sua campagna di Russia. Si è ritirato tragicamente dal fronte meridionale, lasciandosi alle spalle sottosviluppo e disoccupazione, costringendo alla diaspora le gente del Sud con una differenza rispetto agli anni delle grandi migrazioni interne: il siciliano, il pugliese, il calabrese, il napoletano arrivando a Milano, a Torino a Genova con la valigia di cartone trovavano terreno fertile e nel giro di qualche anno trasferivano mogli, figli, fratelli, cognati, certi che c’era spazio anche per loro. Non c’era la concorrenza di africani, abanesi, asiatici. Sull’ascensore sociale salivano prima gli italiani. Il Nord, nonostante tutto, continua a essere vivificato sul piano esistenziale: il cambiamento d’aria è ininterrotto, lo sviluppo procede. Sul futuro del Mezzogiorno invece pesa un’atmosfera stantia, i modelli di vita non subiscono modifiche, grava una nebbia ambientale che chiude gli orizzonti. Ed è un peccato di cui tutto il Paese pagherà le conseguenze per sempre. Errori dello Stato nazionale, dicevamo, ma anche difetto di cultura industriale: la fabbrica abitua all’ordine, alla puntualità, la burocrazia al rinvio, alla diserzione senza con questo nulla togliere a dipendenti pubblici responsabili e trasparenti. Ce ne sono molti, ma soffocati in una sorta di prigione ambientale tra le cui mura la caccia a un posto non equivale alla caccia a un lavoro. Il guaio è che questo virus intacca i giovani: chi non se ne va cominciando con un Erasmus, annega la speranza nella melassa della rassegnazione a vita.

Il coraggio di vendere libri

Un esercizio commerciale che apre le porte al pubblico fa rumore nella Varese svillaneggiata una volta perché “bottegaia”. Verità parziale: c’era dell’altro, ma faceva comodo ignorarlo. Il rumore è duplice se si tratta di una libreria; triplice se questa libreria è la copia di quella che mesi fa aveva dovuto abbassare le saracinesche. Ha cambiato nome. Ha attraversato la via intitolata a Matteotti spostandosi dai locali confinanti con il celebre caffè Zamberletti alle stanze un tempo occupate dall’altrettanto gloriosa Casa del Disco. Davanti ha il simbolo della città risorgimentale, il monumento al Garibaldino, sopra la sede storica della Lega. Proprietari della licenza sono due giovani tenaci, Luca e Cristina, con i collaboratori Luisa e Diletta, che potevano gettare la spugna dopo aver perso il lavoro e invece sono tornati in pista. In tempi duri per portatori sani di cultura un bell’esempio di lotta al vuoto di iniziative coraggiose. Pare che a Varese si possano vendere anche libri, non solo mutande e occhiali. E non abbiamo nulla da dire, sia chiaro, sulle tendenze: l’importante è far girare l’economia. Ci sono capitati tra le mani giornali degli anni ’60 e ’70 con articoli di grandi firme d’allora – Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Vittorio Emiliani, Camilla Cederna – dedicati alla nostra  piccola patria. Tra sospetta ammirazione per i primati economici e severe requisitorie per lo scarso afflato culturale della città, i ritratti erano impietosi: ci descrivevano ricchi, bottegai, appunto, e anche un po’ stupidi. Ricchi siamo ancora: nei forzieri della provincia c’è il 7% delle fortune lombarde, distribuito tra 11.955 famiglie, per un patrimonio medio di un milione e mezzo di euro. Bottegai un po’ meno: hanno chiuso i migliori negozi d’epoca, sostituiti da imprese usa e getta. Quanto agli stupidi, pare che fingere di esserlo serva a non pagare dazio. Forse non c’entra, ma il meglio della comicità nazionale è domiciliata tra i nostri laghi. Chi esagerava quarant’anni fa? I crudeli critici o gl’indifferenti criticati? Gli articoli finivano in pattumiera e Varese continuava il suo pigro tran tran, sempre fiera di quanto facevano i suoi “cumenda”, per lo più “magutt” diventati re. Ce n’era uno che la sera girava con la Rolls Royce nel suo parco e di giorno impastava cemento per tirar su palazzi. Ce n’era un altro che aveva fabbricato l’impero dei frigoriferi e lo salvò cedendolo al momento giusto al mercato multinazionale. Chiamateli stupidi. Gli osservatori descrivevano a Varese quel che in anni di contestazione era politicamente (s)corretto osservare. Nessun accenno a una vivacità di nicchia nel pianeta della poesia, della narrativa, della cinematografia indipendente. Nemmeno una parola sui primi passi di un prepotente  progetto universitario che, con grave ritardo, questo sì, avrebbe garantito alla città una nuova vocazione. Niente su circoli culturali, orientati a sinistra, che tenevano desta la capacità critica delle nuove leve e nel mondo cattolico suscitavano reazioni di segno uguale e contrario. Niente, infine, sulla degenerazione di alcuni messaggi: quanti giovani della buona borghesia finiti nel tritacarne della lotta armata rossa e nera. In quelle analisi di stampa solo fango fine a se stesso. Per trovare notizia dell’apertura di una libreria bisogna scorrere le Prealpine ingiallite. Luca e Cristina vanno controcorrente. E’ una rinascita, un botta e risposta, il segno che si possono chiamare start up anche aziende tradizionali, non legate alla scoperta di un software innovativo. Vogliamo credere – conviene a tutti – che a di là delle delusioni per quanto doveva cambiare e forse sta cambiando con lustri di ritardo; al di là della perdita generalizzata dei primati economici nella provincia italiana; al di là della simbolica chiusura di una sede di Bankitalia perché il territorio non ha più banche proprie da controllare, ma primari istituti governati altrove; vogliamo credere, dicevamo, che una terra rimasta finanziariamente florida continui a rimboccarsi le maniche. Meglio se smette di dividersi, se ciascuno rinuncia a organizzarsi il suo festival, il suo premio, la sua paludata kermesse, piegandosi al disegno unitario. Anche lo sport, un tempo motivo di vanto popolare, soprattutto il calcio, è alla mercé di curiosi salvatori della patria che regolarmente finiscono fuori campo. Ma se la Cederna resuscitasse e tornasse da noi scriverebbe, come ha fatto il Corsera in un inserto dedicato alle province lombarde, che siamo culla di scrittori. Bello, no? Bello sì, ma un po’ amaro perché Chiara, Morselli, Sereni, Rodari, Isella, contemplando i libri, Tavernari, Baj, Bodini, Salvini, allargando lo sguardo su pittura e scultura, erano iscritti all’anagrafe di Varese, Vergiate, Luino e Gavirate anche quando suonava la campana del dileggio contro un capoluogo allergico al pensiero. Diciamo allora che da fuori hanno felicemente scoperto virtù nascoste.

E’ in gioco la storia della Lega

Conoscete la differenza tra il pazzo e il nevrotico? Il pazzo dice che due più due fa cinque, il nevrotico dice che fa quattro ma gli dà tremendamente fastidio. Qualcosa di simile accade per Salvini e Maroni: il primo fa da gregario al secondo tirandogli  la volata, senza volerlo, per il referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto e, indirettamente, per la sua riconferma al vertice della regione più danarosa del Nord. Con Berlusconi e gli alleati di sempre. La cosa però lo irrita. Il secondo abbozza e di quello che predica il primo non approva una virgola. Cristo s’è fermato a Eboli, Salvini s’è spinto fino a Palermo dove conta di raccattare voti. Maroni invece è convinto che la Lega non debba tracimare dagli argini del dio Po. Sennò è morta. Tra i due insomma non c’è feeling né umano né politico. E intanto la Lega si slega perché Bossi, Leoni e Reguzzoni sono pronti a lanciare un movimento alternativo, il Grande Nord, con il tacito assenso del governatore lombardo. Che al ribaltone nazionalista di Salvini non ci sta. Bobo e Umberto restano ancorati alle origini. Eppure ci sono state frizioni non da poco nella storia recente della Lega tra le sue due icone viventi. Una si materializzò a Bergamo nel 2012 quando Maroni salì sul palco di una festa di partito impugnando una scopa, metafora di auspicata pulizia dopo gli scandali piovuti sul capo di Bossi e della sua vivace famiglia. L’altra andò in scena a Varese, la Betlemme padana: sempre Maroni, cui era stato vietato di partecipare a comizi, attaccò violentemente il “cerchio magico” che aveva come preso in ostaggio il Senatur: “Ma vi pare che io possa essere zittito da uno di Busto Arsizio?”. La randellata era diretta a Marco Reguzzoni, allora gran ciambellano alla corte di Gemonio. Morale: l’ex ministro diventò segretario e oggi fa il governatore della Lombardia con l’intenzione di non mollare la poltrona; il suo bersaglio fu espulso dal movimento cui aveva dato lustro da segretario provinciale e poi da amministratore. Ora c’è Salvini in grande spolvero nei sondaggi, ma c’è ancora uno zoccolo duro della Lega primigenia cui Maroni di tanto in tanto, con una iniziativa o un’intervista, offre il proprio contributo sfruttando le credenziali dell’uomo di vertice di una regione potente. E al suo fianco si ritrova Luca Zaia: dal Veneto rinforza gli ormeggi perché il partito non si allontani dai litorali che in venticinque anni gli hanno garantito di galleggiare con un profilo identitario irrinunciabile. Galleggiare non è navigare: quante battaglie perse nell’abbraccio con Berlusconi, fatale a Bossi, ma anche al Cavaliere, considerati i voti persi da Forza Itala. E tuttavia la partita congressuale che Matteo Salvini ha vinto negli stessi giorni in cui ne perdeva un’altra per il naufragio del lepenismo in Francia, potrebbe riservare sorprese all’uomo felpato. Se si mettono di traverso Lombardia e Veneto non c’è trippa per gatti e Matteo lo sa. La questione settentrionale presentata sotto forma di soldi da trattenere al Nord – tanti soldi: partite Iva, industrie, sanità, previdenza – è un campo minato per il segretario neo rieletto. Dichiararsi alleati delle regioni del Sud, quando da Milano a Venezia, da Genova a Torino s’intravede in una autonomia sostenibile la strada per far tornare i conti potrebbe rivelarsi un suicidio politico . Il tira e molla sul rapporto con ciò che resta dei berluscones è manovra rischiosa. La verifica dei voti che si contano e non si immaginano è vicinissima: 11 giugno, elezioni amministrative in tante regioni e città, giunte da costruire non con le sparate da Floris o da Vespa ma con le intese larghe o strette. “Prima gli italiani” d’accordo: un bel programma, patriottico. Ma forse i votanti di Cuneo, di Belluno, di Asti, di Como, di Jesolo vogliono sapere se possono ancora contare su chi per anni gli ha promesso la cura dei territori e l’uso corretto delle tasse ivi prodotte. Siccome le promesse si sono rivelate canne al vento quando soffiava il maestrale, che arriva Nord, figuriamoci quale affidamento si può fare se Eolo si scatena da Catalafimi. E’ in gioco tutta la storia della Lega così come è stata conosciuta fin qui dai suoi elettori. E anche dai suoi oppositori. Se il bottino di suffragi risultasse inferiore alle aspettative, la vittoria interna di cui Salvini va giustamente orgoglioso potrebbe avere due effetti: l’isolamento o la secessione. Due condizioni che alla Lega non hanno portato mai fortuna.

 

La classe operaia va all’inferno

Calma con i lacrimogeni che disperdono le proteste delle tute blu: è accaduto giorni fa a Terni. Poliziotti contro metalmeccanici. Calma perché la razza è in via d’estinzione come la tigre e l’orango. Ce lo dice l’Istat  che non è più un istituto di statistica, bensì un manuale di sociologia. La categoria emergente, udite udite, non è più la classe operaia che andava in paradiso, ma quella dei pensionati che ci va sempre di meno. E per fortuna: l’assegno previdenziale della mamma e del nonno vivi serve a mantenere la prole inchiodata nella casa di famiglia fino a 35 anni e mantenuta da genitori-bancomat. Dovremmo citare un adagio dei comunisti toscani d’antan. Ripuliamolo delle volgarità e proponiamolo in versione educata: come mai, come mai son scomparsi gli operai? Che debba intervenire l’Istat a certificarlo pare uno sberleffo. Basterebbe il pallottoliere o una telecamera di sorveglianza piazzata agli ingressi delle grandi fabbriche che oltre tutto battono ormai bandiera cinese, americana e indiana. E’ evidente il dimagrimento delle file per timbrare il cartellino conta ore. Confindustria dice che non bisogna più pensare a Fiat e Pirelli. Il sole dell’avvenire è la piccola e media impresa, trave portante del manifatturiero italiano. Siamo tornati al mantra degli anni ’80 quando, per far digerire le prime dolorose ristrutturazione, si diceva: piccolo è bello. Ma il bello è un altro: un lustro fa i sindacati ingaggiarono feroci battaglie in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori quasi fosse un Santo Graal. Peccato che negli stessi anni si asciugava il panno nobile dei lavoratori e restava lo straccio per pavimenti dello Statuto. Una sorta di monumento ai caduti. Più di recente un altro braccio di ferro ideologico, addirittura un referendum, contro i voucher, paghetta a ore da garantire in ogni caso a giovani pronti a tutto pur di acchiappare un posto da qualche parte. Piuttosto che niente, meglio piuttosto? No: meglio niente. E infatti la curva dell’occupazione è tornata a testa in giù mentre si inneggia alla quarta rivoluzione industriale che pare sancire definitivamente il divorzio tra la ricchezza e il lavoro. L’economia digitale, Internet e dintorni, rappresentano una grossa opportunità. Ma bruciano più posti di quanti ne creano e a essere colpiti non sono soltanto operai ma tutte le categorie del ceto medio: impiegati di banca, di poste, di assicurazioni, agenti immobiliari, di viaggio, di borsa, piccoli commercianti, rappresentanti, distributori. Una falcidia che gonfia i conti dello stato sociale lasciando prevedere, prima o poi, l’esplosione della bolla con inevitabili ripercussioni nel settore dei servizi essenziali. Il comparto delle tute blu presenta già un confronto drammatico: sei milioni di individui attivi contri dieci milioni di pensionati. La prima parola allarmante è squilibrio insostenibile. La seconda disuguaglianza crudele. Si è spalancato un abisso tra super-ricchi e piccola borghesia se è vero che nell’America di Trump (ma anche in quella di Obama) l’un per cento della popolazione possiede più risorse del restante 99%. E se è vero che nel mondo globalizzato anche sul fronte dell’ingiusta distribuzione dei mezzi economici, 48 persone sono più ricche dei restanti tre miliardi e mezzo di loro simili. Una volta se nel dolevano i marxisti, anch’essi estinti. Ma a pensarci bene il mea culpa dovrebbe coinvolgere liberali e liberisti perché di quei 48 quasi nessuno produce qualcosa, i più si arricchiscono ogni mattina digitando numeri sulla tastiera di un tablet per spostare volumi di denaro da un titolo all’altro, da un luogo terrestre a un altrove fiscale. Ecco chi va in paradiso, ammesso ci sia gusto ad andarci così. L’Istat ogni anno cambia obiettivo: in questo 2017 ha usato il grandangolo per mettere a fuoco nove categorie di italiani, dai pensionati d’argento agli anziani soli, dalla classe dirigente al riparo dalle tempesta, ai giovani senza lavoro vera bomba a orologeria. Abbiamo la tavolozza dei colori, si aspetta il pittore capace di usare con decoro i pennelli. Pensare alla politica, che pensa ad altro, pare tempo perso. Ci avrete fatto caso: il titolo del libro di Ferruccio de Bortoli è “Poteri forti” con un’aggiunta tra parentesi: “o quasi”. Come dire che il comando, anche quello cinico e criminale, è spesso esercizio di insuccesso. Di tanto in tanto in Italia, ma non solo in Italia, qualcuno si cala nel ruolo del leader di valore che promette di mettere le cose a posto. Merito e competenza anziché populismo e demagogia. Sviluppo e progresso, anziché imbroglio e povertà. Poi improvvisamente si spengono i riflettori e resta la fotocamera dell’Istat che riprende sempre lo stesso avvilente paesaggio.