Balene uccise dagli anni del Moplen

 

Hanno pensato le balene a farci riflettere su quel che succede disseminando il pianeta di sacchetti, bottiglie, imballaggi di plastica. Soprattutto scaraventandoli in mare. Uno di questi bestioni letterari deve aver ingurgitato una dose massiccia di contenitori, scambiandoli per pesci. Ha perso l’orientamento, ha puntato verso la costa, è spiaggiato. Inutili i tentativi di rianimarlo spingendolo in acqua. Era già accaduto accadrà ancora. Ma questa mossa di tassare le borse della spesa nei supermercati, seppur comunicata ai cittadini in maniera dilettantesca e improvvisata, pare un segno di resipiscenza. Bisognava dire alla gente: finalmente ci stiamo preparando a una rivoluzione, si assiste a una svolta ecologia anche in Cina che ha deciso di limitare le importazioni di quantitativi di plastica da riciclare costringendo l’Europa ad adeguarsi. Bene, signore e signori, torniamo alle sporte portate da casa, per insaccare prodotti in scatola, formaggi, caffè, the, latte eccetera. E se per frutta e verdura ci sarà l’obbligo di infilarle in un sacchetto biodegradabile con un minimo costo aggiuntivo, non muore nessuno. Intanto ripassiamo la storia recente per capire come siamo arrivati a questo punto.  La parola magica era: moplen. La pronunciava Gino Bramieri nei Caroselli degli anni ’60 al termine di una celebre filastrocca: “Ma signora guardi ben che si tratti di moplen”. Era il segno che l’Italia uscita dalla guerra con le pezze sul sedere aveva imboccato, virtuosamente, si pensava allora, il viale radioso del consumismo di plastica. Si stagliavano all’orizzonte altri viali, per la verità: sul primo andava a cento all’ora il Signor Fiat con le “500” che si compravano a rate; sull’altro si staccava trionfalmente dal gruppo Mister Ignis che rivoluzionava i tinelli delle famiglie facendovi troneggiare il frigorifero. Bello, lucente, tutto bianco, non più goffo ma longilineo secondo lo stile americano. Quanto costava? Il cumenda di Comerio un giorno disse ai suoi operai di mettere su una bilancia la piccola utilitaria fabbricata da Agnelli e ordinò di fare una proporzione con il peso della “500”. Risultato: un frigorifero lo si poteva pagare 70mila lire di allora. Ok, il prezzo è giusto. Auto, elettrodomestici e  suppellettili varie costruite grazie a sua maestà la chimica. Li chiamarono gli anni del miracolo, del boom economico, del progresso che entrava di prepotenza nelle fabbriche e nei laboratori. E adesso? Adesso facciamo conti amari con suoli infarciti di veleni, con laghi uccisi dai metalli pesanti scaraventati spensieratamente nei loro fondali, con corsi d’acqua nati limpidi e ridotti a discariche maleodoranti, con bonifiche da effettuare con urgenza e con una enciclica di Papa Francesco intitolata “Laudato si”. Un richiamo forte alla tutela del Creato. Che ha subito insulti pazzeschi. I danni causati all’epoca in cui un personaggio finito male proclamava “la chimica sono io” perché aveva scalato la Montedison e l’Enimont, ammontano a 40 miliardi di euro. Questa è l’eredità degli anni in cui si devastavano coste e foreste per edificare, come si trattasse di un meccano infernale, intrecci di torri, di forni, di serbatoi. Gli ex poli chimici sono carcasse arrugginite, il sogno è svanito, il miracolo si è trasformato in incubo epocale. E bisogna occuparsi delle bucce abbandonate, dei bidoni di veleni che i clan esportano illegalmente in Cina, in Africa caricandole sulle navi dopo averle avute in consegna da imprenditori che producono e smaltiscono “in nero”. Il business criminale è rigoglioso: dà spunti al cinema, alla televisione, al giornalismo d’inchiesta. E naturalmente ai pubblici ministeri.

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Lidia Macchi, l’atroce dubbio

Resuscitare dopo trentun anni un processo “morto” è grossa responsabilità di cui essere grati a una giustizia malata di tante cose. Non di accidia in questo caso. C’è bisogno di condannare “il” colpevole, non “un” colpevole. Ma l’estenuante schermaglia di ieri l’altro tra l’imputato Stefano Binda e la sua accusatrice Gemma Gualdi, lei incalzante, provocatoria, decisa a far cadere l’avversario, lui logico, calmo, incassatore, pizzetto da intellettuale luciferino appeso al mento, questo duello d’alta scuola forense ci dice che un rischio si corre. Mandare in camera di consiglio la corte presieduta dall’imperturbabile Orazio Muscato con echi di ricordi, esegesi di lettere, interpretazioni di cartelle cliniche, nessuna prova regina. E il dubbio è tra ergastolo e assoluzione. Morte di Lidia Macchi: il “giallo dei gialli”, secondo per notorietà ai delitti del mostro di Firenze. E’ una storia di amore e sangue, di sesso e coltello, di droga e vocazioni sacerdotali, di silenzi gravi e rivelazioni tardive. Anche di toghe contro toghe. Ma per Varese è il calvario di una famiglia illusa tante volte in sei lustri. Prima un sacerdote, poi un serial killer, ora un ex compagno di scuola: chi ha amato e poi ucciso quella ragazza ciellina, non bigotta, che era andata a trovare un’amica all’ospedale di Cittiglio e non è mai tornata a casa? Tentiamo una sintesi: non c’è un Dna del detenuto Binda tra i poveri resti di Lidia radiografati col meglio della scienza investigativa. Non c’è l’arma del delitto cercata disselciando l’intero Parco Mantegazza di Masnago e tratti del bosco di Cittiglio nel quale giaceva il corpo martoriato. Non c’è il nome del misterioso personaggio che, nello studio di un avvocato di Brescia, si sarebbe spacciato per autore della lettera inviata alla famiglia Macchi il giorno dei funerali della figlia. C’è da sempre la lettera che dal 1987 a oggi è stata letta, riletta, addirittura recitata in decine di programmi televisivi (Chi l’ha visto, Porta a Porta, Mistero Blu). Conosciuta da tutti, tranne che dall’ex innamorata di Binda, ignara fino a quando, nell’autunno del 2015, andò a dire alla polizia: “Quella scrittura la conosco, è di Stefano”. L’inchiesta non era più a Varese, ma a Milano. Avocata da una magistratura superiore, si dice in gergo. Trasferito a Como dal Csm il pubblico ministero Agostino Abate che in 27 anni se l’era tenuta per sé. Senza che nessuno gliene avesse mai chiesto conto. Ci sono – ecco uno dei fatti nuovi- tre parole trovate su una vecchia agenda del detenuto: “Stefano barbaro assassino”. Diciamolo: la scienza usata per incastrare killer a Varese ha il vento a sfavore. L’ha avuto sin dall’inizio, primavera del 1987, quando a uno sciagurato test del Dna, il secondo in Italia, venne sottoposto un giovane prete, mai iscritto nel registro degl’indagati. Cilecca allora, con quel poco che si sapeva del gene-poliziotto. Cilecca oggi con tecniche avanzatissime e un vasto stuolo di costosi consulenti: anche un archeologo forense. A un ematologo avevano chiesto: “Quante possibilità ci sono di trovare impronte genetiche dell’assassino su un cadavere esumato dopo trent’anni?”. Risposta: “Una su un milione di miliardi”. Ma era giusto provarci sfrondando una  boscaglia di imbarazzi settari e avvicendando un pubblico ministero giudicato troppo audace per non mettere in soggezione chi non sapeva, forse poteva immaginare, ma preferì non rischiare. Ultima domanda: dove fu uccisa Lidia? Nella sua Panda con una portiera aperta, le luci accese e uno sputo di benzina nel serbatoio? Sì, dicono oggi i Ris. No, secondo un vecchio maresciallo dei carabinieri che era sul posto la mattina del ritrovamento del cadavere di Lidia. Scosse la testa, scendendo dalla collinetta del Sass Pinì e memore dell’obbedir tacendo se ne andò. Il 16 gennaio del 2016 l’allora procuratore generale Carmen Manfredda entrò nel palazzo di giustizia di Varese poco prima di mezzogiorno. All’alba avevano arrestato, su sua richiesta, Stefano Binda da Brebbia. Apparve più preoccupata che soddisfatta quando commentò lo sblocco dell’inchiesta: “Le vie del Signore sono infinite”, disse. La toga di lungo corso non si nascondeva le difficoltà. Quelle vie celesti sembrano agli sgoccioli. E Binda? Ai suoi avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito ha impedito di chiedere la scarcerazione. E’ in custodia cautelare da due anni, innocente, dice lui. A questo punto aspetta.

Varese l’ Avellino del Nord

Andrà riscritta, prima o poi, la storia di Varese, città tranquilla, quasi svizzera, dove secondo chi non la conosce, non accade mai nulla. Quanto meno vi andrà un aggiunto un capitolo per dire che dopo le scarpe, i frigoriferi, gli aerei e i campioni della pallacanestro, l’antico borgo del duca d’Este s’è messo a fabbricare ministri, presidenti di Regione, direttori della Rai, capi di governo. Passati e, chissà, anche futuri. Chi l’avrebbe mai pensato negli anni della Prima Repubblica quando da queste parti si guardava con sospetto alla politica argomentando che la missione del territorio era il lavoro duro e i protagonisti da celebrare, al fianco di imprenditori illuminati e non necessariamente istruiti, erano gli esponenti di una premiata aristocrazia operaia. L’aria è cambiata non da ora. Tentiamo un riassunto cominciando da quando Umberto Bossi s’inventò la Lega. Che doveva durare un amen, come il movimento dell’Uomo Qualunque, e a distanza di più di un quarto di secolo è il partito più vecchio del nuovo corso iniziato dopo le picconate di Mani Pulite all’antico sistema degli antichi partiti. Parentesi: ciascuno interroghi il proprio inconscio e poi dica che cosa è davvero cambiato. Dunque, come per magia, Varese si ritrova al centro della scena politica. Da qui partì nei primi anni ’90 un manipolo di signori nessuno che dovevano espugnare Roma Ladrona e invece l’hanno occupata a tempo indeterminato invadendo prima il Parlamento, poi il governo, il sottogoverno, le Regioni, l’Europa. Bossi ministro, Speroni ministro, Roberto Maroni ministro super: Giorgio Lotti lo fotografò con i piedi sulla scrivania del Viminale dove sedeva composto Alcide De Gasperi quando quel palazzo ospitava la presidenza del Consiglio. A un certo punto, caduto in disgrazia Berlusconi, sembrava che la storia dovesse essere declinata come fosse un amarcord. Macchè.  Maroni lasciò Roma e si trasferì a Milano nel 2013, ponendo fine al ventennio del potente Roberto Formigoni. Potente e azzoppato di lì a poco da una raffica di processi. Notizia di ieri: il ragazzo di Lozza, che nel frattempo ha superato all’anagrafe quota 60, rinuncia al trentaquattresimo piano del nuovo Pirellone con vista incantevole su mezza Lombardia e anziché optare per una riconferma quasi sicura, si fa da parte con un botto a sorpresa. A favore di chi? Di un altro varesino, suo amico, l’ex sindaco Attilio Fontana.  Appendice: l’ex direttore della Padania Gianluigi Paragone scende in campo per il partito di Grillo. Un leghista a Cinque Stelle. La provincia dei sette laghi è “l’Avellino del Nord”, cuore pulsante del dominio democristiano ai tempi di De Mita, dicono invidiosi e maligni. Sarà. Ma forse la spiegazione è quella di Andreotti che se ne intendeva: il potere logora chi non ce l’ha. Chi ce l’ha se lo tiene e lo tramanda agl’intimi. Non solo Lega uber alles. Nel 2011 dal cilindro di Giorgio Napolitano spuntò  Mario Monti, nato nella nursery dell’ex clinica Rovera, uomo di studi, appassionato di biciclette da corsa. Chi lo definisce “varesino per caso” non sa della  sua adolescenza trascorsa nel rione di Sant’Ambrogio: c’era ancora il tram bianco diretto alla Prima Cappella, da dove si snodavano le funicolari per il Sacro Monte e il Campo dei Fiori. E non sa delle solide amicizie che l’ex premier ha mantenuto a Varese, dei profondi legami della sua famiglia di banchieri con la città-giardino, delle forti emozioni provate dal grande bocconiano quando gli conferirono la laurea honoris causa all’università dell’Insubria e la Girometta d’oro della Famiglia Bosina nella basilica di San Vittore. Monti incarna la buona borghesia milanese che, durante i bombardamenti, s’installò nelle ville ottocentesche di Velate e dintorni (come i Pirelli delle gomme, gli Zambeletti dell’industria farmaceutica),  facendovi crescere figli e nipoti. Tra  laghi e castagni, essi avevano trovato il luogo ideale per  a un’esistenza  protetta dai clamori della metropoli. Difficile scompaginare la compostezza accademica di Monti. Facile strappargli un sorriso parlando del campionissimo Binda. Ma nessuno se lo sarebbe immaginato urlante con le braccia alzate sugli spalti dell’ippodromo delle Bettole, accanto all’amico Alfredo Ambrosetti, allorché Alessandro Ballan vinse i mondiali di ciclismo. Correva l’anno 2008, 28 settembre.

Un Papa santo, non subito

Un Papa non aveva mai messo piede su un aereo, simbolo di modernismo, ma anche di mondanità. Lo fece Paolo VI il 6 gennaio del 1964: per la prima volta un pontefice usciva dai confini italiani, se si esclude Pio VII portato via da Napoleone e costretto all’esilio a Fontainebleau  nel 1812; e per la prima volta un successore di Pietro si recava in Terra Santa dove avrebbe stupito il mondo abbracciando in patriarca di Costantinopoli. Ora questo Papa giudicato conservatore dai contemporanei ma  rivelatosi innovativo ai suoi studiosi sta per diventare santo. Come i predecessori Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II ma, con un percorso assai diverso. Nessuno, alla sua morte il 6 agosto del 1978, aveva gridato “santo subito” in piazza San Pietro e molti hanno faticato a comprendere la grandezza umana e teologica di Montini, profilo da intellettuale elitario, imperscrutabile sofferenza interiore,  silenzi che apparivano chiusure. Apparivano. In verità quando il Sinodo del 2014 colse “elementi positivi” anche nelle “forme imperfette di famiglie”, considerando la condizione di divorziati e gay, le gerarchie ecclesiastiche ricordarono l’immane travaglio dell’enciclica Humanae Vitae e   cominciarono a mettere a fuoco meglio a fuoco il pensiero Paolo VI. Che non poteva condividere, otto lustri fa, in contestazione giovanile, il controllo artificiale delle nascite ma si pose il problema della paternità e della maternità responsabili benedicendo i suoi oppositori. Ci piace ricordare come Paolo VI, prima da arcivescovo della diocesi di Milano, poi come erede di Pietro, sia stato vicinissimo a Varese e in particolare al suo Sacro Monte. Per l’amicizia che lo legava a un sacerdote di qui, il segretario particolare don Pasquale Macchi, ma anche per devozione alla Madonna venerata in cima al percorso sacro punteggiato da quattordici cappelle. I misteri del Rosario.  Si racconta che il bresciano Giovanni Battista Montini era solito salire da solo e in preghiera lungo in viale e sostare ammirato nel balcone che, sotto il santuario, apriva al viandante la vista sulla pianura fino lambire, laggiù, le ombre del Duomo di Milano e delle Torre Velasca. Lo faceva ogni anno al termine degli esercizi spirituali.  E quando aveva concluso il suo pellegrinaggio si fermava nella casa di Macchi per salutarne la madre, cui era molto affezionato. Non è tutto: anche al Sacro Monte si radunarono, per anni, i giudici della causa di beatificazione e toccò al cardinale Tettamanzi, l’Epifania del 2003, augurare alla Chiesa “…di poter venerare presto come santo” il Papa della sofferta umanità. L’annuncio della scelta di celebrare all’ombra della Madonna nera alcune udienze del processo vaticano, venne dato, tra l’altro, durante un convegno a Villa Cagnola di Gazzada. Del legame di Paolo VI con Varese parlò di rado don Pasquale Macchi. Si convinse a infrangere la regola di una proverbiale riservatezza alla vigilia della visita di Giovanni Paolo II al Sacro Monte, esattamente nel 1984. Anche il “suo” pontefice era sfuggito alla morte per un attentato: era accaduto nel 1965 a Manila, nelle Filippine, quado una sorta di santone si era avventato sul pellegrino vestito di bianco e proprio lui, il vigile segretario, lo aveva fermato strappandogli dalle mani un coltello. Solo una leggera escoriazione per Paolo VI che, grato verso il suo salvatore, lo aveva quasi redarguito con un’occhiata severa: forse lo aveva giudicato troppo violento. Chissà. Montini e Macchi, un rapporto inscindibile. Dei giorni tragici del rapimento Moro, nel 1978, del tentativo umano di contattare le Brigate Rosse e di proporre un riscatto per la sua liberazione, il prete varesino fu più che testimone privilegiato. Da lassù don Pasquale sorriderà quando Francesco, forse a ottobre, presenterà il nuovo santo Urbi et Orbi.

 

La ministra non è “sempre più” capra

La Rete, ma anche Gianmarco Gaspari, docente universitario all’Insubria di Varese, si sono divertiti a crocifiggere l’ultimo scivolone sintattico della la ministra all’Istruzione. In un discorso agli studenti ella ha detto: “Offriamo servizi scuola-lavoro sempre più migliori”.  Una capra Valeria Fedeli? No, secondo Stefano Bartezzaghi, vera e propria autorità in tema di lingua italiana: “La titolare ha magari molte lacune, ma quello che ha detto non è più migliori e non è un errore. Ha detto sempre più, che grammaticalmente equivale ad avremo risultati migliori sempre più. Stavolta ha ragione lei”. Allarghiamo lo sguardo: ubriacati dagli smartphone, i giovani non sanno più tenere in mano una penna. E quando lo fanno producono geroglifici incomprensibili. A Cambridge, non alle scuole medie di Casalpusterlengo, i docenti si sono arresi agli effetti collaterali di tablet e tastiere: autorizzano gli studenti ad  affrontare gli esami utilizzando il computer. Delle due l’una: dare a tutti l’insufficienza oppure cedere agli stili di una generazione che non ha cominciato a comunicare con le aste e i cerchietti, assimilando i fondamentali della calligrafia, ma ha conosciuto solo una prassi: digitare. C’è di peggio: “un’altro” e “vado ha casa” sono tra le perle  segnalate dai prof universitari in un dossier sugli orrori grammaticali intercettati nelle tesi di laurea dei loro allievi. Stiamo consegnando alla storia una classe di ignoranti?  Caso mai di sgrammaticati, ma con un’aggravante: una volta  si giustificavano i medici, le cui ricette riuscivano a leggere soltanto i farmacisti, abituati allo sforzo; oggi si prende atto che per figli e nipoti la scrittura è un’arte morta. I ragazzi di ieri mescolavano pensieri e parole con una Bic per diverse ore al giorno. Nel terzo millennio scarabocchiano frasi solo se inchiodati al banco di un’aula davanti a una commissione d’esame. Salvataggio in corner: scrivere in stampatello. Con le maiuscole è tutto più facile. E sappiamo che le maiuscole avevano un loro codice, non si potevano usare a capocchia, pena sottolineature con la matita rossa. Allora di necessità virtù: andate al diavolo e usate il programma word, devono aver pensato a Cambridge. Almeno i professori non saranno costretti a fare gli straordinari cercando di interpretare l’ostrogoto. Che cosa si perde alzando bandiera bianca? Si perde quello che ci hanno insegnato i grandi scrittori. Ne abbiamo conosciuto uno: Piero Chiara che moriva proprio oggi 31 anni fa. Compilava le sue novelle con la tecnica dell’amanuense, passava l’elaborato a una segretaria che batteva il testo a macchina, ci tornava sopra con la penna per migliorie e ripensamenti. Gli ortodossi della comunicazione scritta invitano a mantenere viva la tradizione, a non concedere alla totalità degli studenti deroghe previste per dislessici e disgrafici. Certo i nostri ragazzi non parlano, twittano. Non elaborano pensieri compiuti, li abbreviano, li massacrano, li storpiano dando vita a una balbuzie, non a un linguaggio, tanto meno a una scrittura. Ma coloro che si sentono accademici della Crusca perché distinguono tra un accento e un’apocope, a quale schiatta di ottimati appartengono? Proviamo a indovinare: appartengono ai portatori insani dell’anti-lingua, alle tribù del burocratese, alle confraternite del “complico ergo sum”. Un civiltà si riconosce dalle sue leggi, dalle sentenze e da come esse sono comunicate ai sudditi che le devono rispettare e applicare. Bene, sfogliate la Gazzetta ufficiale, leggetevi le motivazioni di qualche verdetto e inorridirete. Rousseau argomentava che qualunque Stato abbia più leggi di quanti i cittadini ne possano ricordare non è uno Stato ma un guazzabuglio.

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La torta di pane che piace a Francesco

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo, la michetta avanzata alla mensa dei poveri una fetta di torta. La parabola evangelica e l’inventiva solidale. Da questi due ingredienti una ricetta: non si butta via nulla, ciò che sembra non valere più, impastando amore e intraprendenza, si ricicla in cosa utile. Da qualche settimana a Varese il retrobottega della chiesa della Brunella sforna il Pane di Sant’Antonio. E’ un dolce genuino di forma quadrata, viene chiuso in una busta e venduto per sostenere i servizi socio-assistenziali offerti agli emarginati. Prima raccomandazione: cercatelo e compratelo, magari per Natale. Aiuterete chi ha bisogno. Seconda: promuovetelo col passaparola, farete contento Papa Francesco che sulla necessità di estirpare la cultura dello scarto fabbrica le sue  encicliche. La Brunella è il migliore osservatorio di povertà vecchie e nuove: venticinquemila pasti l’anno alla mensa quotidiana aperta tutti i giorni , centinaia di abiti usati distribuiti a chi è nudo, da qualche tempo anche un emporio. Si entra con una tessera prepagata, si fa la spesa. Offerta da silenziosi benefattori. Stava scritto che quanto hanno fatto i francescani della Brunella dal 1938 in avanti fosse lasciato in eredità a persone senza saio e sandali alle quali  era stata indicata una strada. L’istituzione è sempre ecclesiale, sia chiaro, ma nell’ex convento ora c’è un via vai di volontari in borghese. Con preti al posto dei frati l’avventura del farsi prossimo continua. Anche nel palazzo adiacente che i seguaci del santo d’Assisi cedettero per pochissimo alla  Fondazione Piatti (disabili gravi assistiti in 14 centri tra Varese e Milano). Non è difficile individuare un modello economico, ovviamente non speculativo, in questa staffetta tra religiosi e laici. I primi hanno insegnato ad aiutare, ad accogliere, a perdonare nel nome di Dio. I secondi ne hanno fatto impegno civile in omaggio a un richiamo del cuore. E l’impegno civile contribuisce eccome al Pil di un Paese. A volte non c’è bisogno che i pubblici poteri elargiscano: basta che facilitino, promuovano. Le energie migliori stanno nella gente che sa fare, che dona il tempo. Se potessero parlare le pietre della Brunella racconterebbero di una dama della carità silenziosa che c’era sempre, anche con la preghiera, quando i francescani chiamavano. Ma avendo voce quelle mura aggiungerebbero come, attorno ai frati, abbia preso corpo negli ultimi sessant’anni una straordinaria comunità di servizio.

 

La vita: diritto, non dovere

Il Venerdì Santo 2011 Benedetto XVI officiò la Via Crucis portando nel cuore la domanda rivoltagli da una mamma e un papà di Busto Arsizio: «Santità, dov’è l’anima del nostro Francesco? Sta ancora nel suo corpo, che non può più peccare, pentirsi, scegliere? Si trova vicino a lui?». E il Papa, per la prima volta nella storia dei pontefici, rispose in mondovisione a questo e altri interrogativi individualmente strazianti, socialmente drammatici, teologicamente profondi. Arrivava, la domanda, da una “stanza del figlio” in cui si consumava silente l’esistenza di un giovane in coma vegetativo. Tra tubi e cannule, tra macchine che fabbricano il respiro artificiale. Due anni prima Francesco, malato da tempo di sclerosi multipla, s’era trasferito all’improvviso in un mondo parallelo, che non è la second life dei computer. Attorno a lui c’era tanto amore discreto, quasi nascosto, ma non fino al punto da tacere al capo della Chiesa la madre di tutte le ricerche di verità: dove finisce la vita spirituale?
Ci sono state più lacrime che chiasso dopo l’approvazione della legge sul testamento biologico, più silenzi che proclami. E allora può essere utile ricordare questa storia vissuta nel buio di una provincia del Nord e approdata, imprevedibilmente, nella luce di un luogo universale: la sede del successore di Pietro. Che cosa insegnarono i genitori di Francesco con la loro richiesta? Fondamentalmente che un’esistenza spezzata rimane un mistero, al di là di come uno Stato laico decida di affrontarlo. La scienza si muove a tentoni nel labirinto del coma dal quale succede che qualcuno si risvegli prodigiosamente. Quante situazioni, in Italia, come quella del ragazzo di Busto? E quanti tentativi sciagurati di considerarle tutte uguali e di giudicarle, magari condannarle, quando la difesa della vita lascia il posto, attraverso legittime scelte, a rinunce per pietà. «Morire mi fa orrore», scrisse a Giorgio Napolitano, usando un sintetizzatore vocale, Piergiorgio Welby prima che, come per Eluana Englaro, un tribunale degli uomini autorizzasse un medico a staccare la spina – «ma ciò che mi è rimasto è solo un testardo, insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche». Eluana non poté mai esprimersi: suo padre e un giudice decisero per lei. La mamma di Francesco scrisse al Papa: «Siamo felici di stare con nostro figlio perché abbiamo fede e ci siamo convinti che sia vivo».
Una volta in tv lo scienziato Umberto Veronesi disse che l’esistenza è un diritto, non un dovere. Un padre della Chiesa, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, da tempo infermo, sembrò spianare, anche sul piano delle fede, la strada dei dubbi drammatici. Al medico che lo curava manifestò il rifiutò dell’accanimento terapeutico. E questi lo rese pubblico perché evidentemente era stato autorizzato a farlo.
Molti, ne siamo certi, non cambieranno idea sul coraggio di vivere anche in condizioni tragiche. Molti altri non dovranno più varcare il confine con la Svizzera per porre fine a sofferenze indicibili e per non scontrarsi con i principi di un Parlamento rimasto muto e sordo per troppo tempo. Siamo sicuri che nei reparti di terapia intensiva degli ospedali, medici coscienziosi continueranno a coltivare le buone pratiche della resa di fronte all’impossibile. Al momento si apprezza una cosa: nell’Italia delle misere risse sul papà di una ministra, c’è stato un sussulto di responsabilità civile. Non un via libero all’eutanasia né al suicidio assistito. Più semplicemente il riconoscimento del consenso informato, della facoltà concessa alla persona irrimediabilmente malata ad autodeterminare, previo giudizio clinico, il modo in cui andarsene.
Il Paese che è stato culla del diritto ha deciso, una volta tanto, di non rassegnarsi a essere conosciuto, anche agli occhi della Corte dell’Aja, come tomba della giustizia. Otto articoli, davvero pochi rispetto alle sbrodolate di prescrizioni che solitamente contraddistinguono l’agire del legislatore. Forse un segno di cambiamento, forse no. Sicuramente un elenco di limiti all’interruzione delle terapie che finora doveva passare dai tribunali. In ogni caso un passo in avanti, doloroso, necessario.

Rifondazione Leghista

Quando ci sono le elezioni la politica, per restare a galla, s’inventa qualcosa di vecchio e lo ridipinge di nuovo. I centristi tornano con l’Udeur di Clemente Mastella, l’ultima volta schierato con Prodi, ora dalla parte di Berlusconi. Angelino Alfano rispolvera il destro dopo aver fatto pochi gol col sinistro giocando per Renzi. Il Pd è l’unico a non cambiare: squadra che perde non si tocca. Infatti ha appena perso Pietro Grasso: i suoi  “Liberi e Uguali” pesano già il 6,6% al listino dei sondaggi. Dice il presidente del Senato che sarà lui a comandare la folta truppa di anti-renziani. In fondo ha sempre presieduto qualcosa nella sua vita di magistrato. Non conosce Massimo D’Alema.  Ma fa rumore la rifondazione leghista. Un partito nato per la rivoluzione mai fatta partorisce dal proprio ventre una creatura che promette di farla. Quanto meno all’interno della galassia che una volta aveva al centro il Sole delle Alpi. Ora anche quello dell’isola di Stromboli. Dunque “Grande Nord” contro Lega alle prossime elezioni regionali e nazionali. Candidati avversari nelle liste del  proporzionale, dove tutto può succedere. Sullo sfondo c’è il divorzio tra Umberto Bossi e Matteo Salvini. Il secondo è convinto che la Lega sia cresciuta abbastanza da prendere voti in tutt’Italia. Il primo è sicuro che comunque vada sarà insuccesso: la questione settentrionale è sempre irrisolta. Il sovranismo si rivelerà una bufala, a dispetto dei sondaggi che spingono Salvini, ma non al punto da consentirgli di fare lui il premier del centrodestra. Perché sia nato il “Grande Nord” s’intuisce. Bossi voleva una reazione allo sgarbo inflitto alla storia della Lega. Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, pilota del Cerchio Magico di Gemonio, ha fatto quello che il Senatur desiderava: un rilancio dei vecchi principi leghisti. Ma l’Umberto non s’è mosso quando gli hanno proposto di guidare lui la riscossa nordista. Non se la sente di metterci la faccia, sempre più stanca e segnata dalla malattia. D’altra parte altre offerte non gli mancano. Maroni lo vorrebbe candidato alla regionali, col ruolo che merita l’ex padre-padrone del Carroccio. Berlusconi ripete in ogni intervista che Bossi non può restare fuori dal Parlamento. L’unico che non si fila il Senatur e non gli risparmia umiliazioni è Matteo Salvini. Un mese fa gli tolse i due assistenti, pagati da via Bellerio, che lo accompagnavano a Roma, mandando su tutte le furie Giuseppe Leoni: non si tratta così un uomo malato. Anche un benefattore di tanti ranocchi tramutati in principi dal pifferaio magico, Salvini compreso. Gianni Rodari ne ricaverebbe la morale di una favola. Che per il momento è questa: Bossi, secondo il segretario, deve andare in pensione e godersi il vitalizio. Ma c’è un altro fronte nella guerra fratricida, questo sì sorprendente: Salvini ha mandato giù le vittorie di Maroni e di Zaia nei referendum per il Lombardo-Veneto autonomo, ma il boccone gli è rimasto nell’esofago. Allo stomaco non è mai arrivato. Non sono le divergenze parallele di Moro e  Andreotti. Questo è scontro malcelato. Del Pd che richiama dalla tomba politica Silvio Berlusconi, si sa tutto. Ci mancava il guaio di Banca Etruria impersonificato da una icona renziana: Maria Eelena Boschi.  La sinistra non sa stare al governo. Crea leader e poi li cuoce a fuoco lento. Della Lega slegata – occhio: i bossiani sono ancora numerosi quanto meno per gratitudine –  sanno solo quanti seguono il movimento dagli albori. Umberto cominciò col far fuori suo cognato, il marito della sorella: più che fargli ombra, gli dava fastidio. Poi liquidò l’unico intellettuale, Gianfranco Miglio, che avrebbe potuto dare senso compiuto alle imprese di strani personaggi che imbrattavano di  vernice verde i cavalcavia delle autostrade prendendosela con Roma ladrona. Che una torta in faccia gli venisse scagliata dal boy scout Salvini,  Umbertone non se l’aspettava. Il segretario spiegò la revoca della scorta sanitaria: “Non abbiamo più soldi. Ci hanno confiscato tutto”. Bossi non gliel’ha mandata a dire, gliel’ha detta: “Togliere il Nord dal logo della Lega è una stronzata. Quello lì non sarà mai premier”. La  fatwa resterà lettera morta negli equilibri del centrodestra? Il Grande Nord  per ora, è un’espressione suggestiva uscita dal covo carbonaro di Busto Arsizio.

La strage di Santa Lucia

Guardando il palazzo del municipio di Varese dalla collinetta che domina una fontana rotonda circondata da aiuole ben tenute, l’osservatore di passaggio avvistò decine di camper che avevano sul tetto antenne paraboliche oggi entrate a far parte del paesaggio urbano, allora conosciute bene dagli appassionati di missioni spaziali. Un razzo pronto al decollo in effetti c’era: portava la scritta Lega Lombarda sulle fiancate ed erano venuti a vederlo partire inviati speciali di network europei  e americani. Nella navicella s’era sistemato un tipo stravagante, occhialoni da presbite, voce roca, ciuffo ribelle. Si chiamava Umberto Bossi, studente fuori corso di Medicina, poeta e chitarrista, un miscuglio di improvvisazione e faccia tosta, di ingenuità e furbizia, in ogni caso il trascinatore di uno spavaldo movimento nel quale lo sport preferito era darsi furiosamente ragione a vicenda. Quel 13 dicembre del 1992, festa di Santa Lucia, venticinque anni fa, Varese votava per eleggere il nuovo Consiglio comunale dopo che il vecchio era stato decimato da una pestilenza giudiziaria. E quell’alta concentrazione di media stranieri si era accampata ai Giardini Estensi per annunciare Urbi et orbi  l’ingresso nell’orbita politica italiana di una formazione devota al dio Po e alle fonti dal quale sgorgano le sue acque in cima al Monviso. E’ cambiato tutto: a Matteo Salvini ora piacciono l’Etna e il Vesuvio. Il trionfo fu netto. Il sangue dei vinti imbrattò le urne comunali, la strage leghista ridicolizzò  i partiti di sempre che in un clima da ultimi giorni di Pompei si erano affidati a due campioni dell’accademia nazionale, l’ex rettore della Statale Paolo Mantegazza e l’economista Mario Talamona, entrambi varesini, per contenere lo svantaggio. Bossi si gustò il successo con in braccio il figlio Renzo di cinque anni, il girino che sarebbe passato alla storia come il Trota. Dal balcone della sede storica del Carroccio, curiosamente affacciato sulla di un Garibaldino, simbolo dell’Unità tricolore, il Senatur fece “V” con l’indice e il medio alzati a favore di fotografi. In un impeto di gioia alzò sopra la testa il bambino come fanno i sacerdoti in chiesa con le reliquie dei santi. E anche il piccolo agitò la manina socchiusa imitando il papà. In quell’inverno che non era inverno, né freddo né neve,  Varese si diede un sindaco che non era un sindaco, bensì un borgomastro. Veramente glielo diede un accordo segreto tra Roberto Maroni, allora luogotenente di Umberto, e Daniele Marantelli, segretario del Pds, ex Pci, sopravvissuto alla catastrofe di tangentopoli, ramo varesino. Il pubblico ministero Agostino Abate non aveva fatto prigionieri nemmeno tra i rossi.  Nuovo signore di Palazzo Estense diventava Raimondo Fassa, insegnante di Gallarate, nato a Legnano, esegeta delle idee rivoluzionarie di Gianfranco Miglio, giovane colto o erudito, la controfigura del celodurista.  Non poteva durare quel matrimonio fra un trasandato affabulatore da circolino, Umberto Bossi, e un vanitoso chef da grand hotel, Raimondo Fassa. Due “s” in comune nel cognome non fanno una somiglianza. A un certo punto il borgomastro che col suo forbito latinorum colloquiava in tv con Enzo Biagi, sembrò oscurare il Capo. Come si poteva pensare che lo specchio delle mie brame sopportasse di inquadrare il più bello nel reame, per giunta a Varese? Il tempo non diede modo al Senatur di licenziare il socio ingombrante, com’era accaduto con Castellazzi, Gnutti, la Pivetti. Fu Fassa a licenziarsi da lui, lasciando in braghe la Lega rinnegata quando decise all’ultimo minuto di non  candidarsi per la seconda volta a sindaco nella città che aveva conquistato con i suoi modi da primo della classe. Correva l’anno 1997. La Lega governò nella sua culla fino a un altro 13 dicembre, del 2015, quando Davide Galimberti vinse le primarie del Pd e nel giugno successivo divenne sindaco.

 

All’armi non siam fascisti

 

Un gruppo di naziskin entra senza bussare nella sede di volontari pro-immigrati, lascia alcuni volantini, fa un predicozzo contro l’invasione musulmana, riapre la porta e se ne va. I presenti non fanno una piega e continuano la loro riunione. E’ fascismo? Mah: le camicie nere osavano di più. Un carabiniere appende una bandiera del Secondo Reich alla finestra della caserma a Firenze e il fatto diventa virale sui social. Difesa del militare: non credevo di resuscitare fantasmi, se l’ho fatto chiedo scusa. E’ apologia di nazismo? Qualche dubbio non è fuori luogo. Dodici militanti di Forza Nuova lanciano lacrimogeni sotto la sede di un gruppo editoriale, reo di trattare con inchieste e articoli una materia scottante: lo ius soli. Sono mascherati, inscenano una gazzarra pubblica a Roma, come minimo vogliono nascondere il volto minaccioso  dell’intolleranza ideologica. Beh, in questo caso qualche preoccupazione è lecita. Non tanto per il raid, simile alle intemperanze xenofobe delle teste rasate sulle tribune del calcio, quanto per il momento in cui queste episodi improvvisamente si succedono, a breve distanza l’uno dall’altro. La democrazia non è in pericolo, diciamolo. E’ priva da troppo tempo di anticorpi consistenti. E trincerarsi dietro l’usato sicuro dell’antifascismo può rivelarsi retorica sterile. Che cosa dovrebbe fare argine al risorgere di iniziative dell’ultradestra? Che cosa dovrebbe evitare si dicesse: i partiti se le sono volute? Risposta: una sinistra che sapesse offrire agli elettori prospettive politiche, se non credibili, almeno unitarie. E invece abbiamo questo Pd che si disintegra e si divide, dopo aver promesso di rappresentare degnamente e pacificamente progressisti, moderati e cattolici. Ci ritroviamo davanti alla tragedia di un partito che tanto (non) ha fatto, tanto (non) ha detto da riconsegnare il Paese a Berlusconi di nuovo nei panni dell’uomo della Provvidenza. L’alternativa sono Salvini e di Di Maio a pochi mesi da quando saranno aperte le urne per rinnovare il Parlamento e i consigli regionali. E l’ex Cavaliere, prendendo sotto braccio il proprio ego, ha buon gioco nel dire: mi potranno accusare di tutto, non di aver amministrato nella mia vita solo assemblee di condomino. L’esperienza io ce l’ho. Storicamente l’antifascismo è servito in Italia per tenere insieme forze che hanno scritto la  Costituzione repubblicana. Erano diverse tra loro queste forze, dai comunisti ai liberali, ma avevano rianimato un Paese travolto dal Tir della dittatura e delle leggi razziali. Oggi questo impasto è sfarinato. E averne  consapevolezza è il vero, unico rimedio contro i veleni dell’estremismo nostalgico. Eccolo il pericolo: l’impotenza davanti a un nemico che non ha personale idoneo a marciare su Roma, ma che galvanizza una piazza sfiduciata, disillusa, arrabbiata al punto da riconoscersi nelle maschere. La quasi maggioranza degli italiani non vota più. Sta scomparendo  la massa critica della democrazia autentica insieme con il profilo  di una classe dirigente selezionata, preparata, seria, lontana dalla logica del cambio di casacca per sopravvivere o del dribbling, finta sulla sinistra, fuga a destra, per tirare a campare. Al collo abbiamo il cappio di un debito pubblico stratosferico, tutti, neonati compresi: qualsiasi ripresa economica è il leggero battito d’ali d’un pettirosso, non il rumore poderoso di un jet in decollo. E senza benessere diffuso, senza giustizia sociale, le libertà possono scricchiolare. Di fronte al gaglioffo che fa il boss mafioso, non il fascista, anche se insegue col manganello un giornalista a Ostia; davanti agli episodi di Como, di Firenze e ieri l’altro di Roma, sbagliato sarebbe minimizzare. Mattarella, Gentiloni, Minniti hanno reagito: è il loro mestiere. Ma paragonando ai fascisti i crani rasati che fanno il porta a porta contro lo ius soli, gli storici si irritano. Essi  ricordano ai pressapochisti la Spada dell’Islam, brandendo la quale il primo Mussolini s’ingraziava i seguaci di un’altra fede. In quegl’anni il Duce imponeva a Radio Bari di trasmettere programmi in lingua araba avendo a cuore i rapporti commerciali con quei Paesi. Il fervore venne ricambiato: laggiù nacquero movimenti come le Falangi libanesi, la Camicie Verdi (corsi e ricorsi), il Partito Giovane Egitto, le Camicie azzurre. Mussolini non era islamofobo. Aveva più in uggia francesi e inglesi. Paragoni impossibili e pericolosi, il passato è passato. Preoccupa il presente.