La messa straniera

Chiesa di San Martino a Varese, ultima domenica d’ottobre. Il rito greco-cattolico comincia col celebrante in prima fila tra i fedeli davanti a una tinozza d’acqua benedetta: ciascuno ne porterà a casa il necessario per una settimana con la grazia di Dio. Un turibolo tintinnante di campanelli  manda incenso verso le icone di Cristo e di Maria, coriste in abiti tradizionali, camicie bianche ricamate ai polsi, salmodiano e più volte citano la terra natia: Ucraina. Siamo capitati, per caso, in una messa “straniera” alla quale partecipano, regolarmente ogni domenica, un’ottantina di donne tra i 50 e i 60 anni, simili nei tratti somatici, accomunate dalla professione: sono tutte badanti, hanno lasciato in patria i loro figli e assistono le nostre mamme. Pelle chiara, accettabile conoscenza della lingua italiana, tipico atteggiamento fiero della gente dell’Est, destino segnato: Putin gioca a Risiko sugli spezzoni dell’ex impero sovietico, aumentano povertà e disuguaglianze. Meglio andarsene all’Ovest sulle tracce di chi si è allontanato prima. Allora il fenomeno dell’assistenza esterna ai nostri nonni era una nicchia, ora è esploso diventando di massa. Si vive di più, la famiglia di stile patriarcale è estinta, certi mestieri gl’italiani non li vogliono fare, la soluzione è accogliere di buon grado angeliche patronesse che, se tutto va bene, entrano nell’intimità di una famiglia. E passano a un’altra quando perdono il lavoro per cause naturali: la scomparsa del badato. Guardate i citofoni dei nostri palazzi: il doppio cognome sulle targhette , uno nostrano, l’altro dell’Est europeo, ma anche di Asia e Sudamerica, è un cliché. Sorpresa negli ultimi banchi della chiesa di San Martino: ci sono bambini, carrozzine e giovani mamme. Significa che c’è stato il passaparola intergenerazionale: le figlie hanno raggiunto le madri non per fare necessariamente lo stesso mestiere, comunque per lavorare a stipendi tripli-quadrupli rispetto ai loro. Due strade: fermarsi per sempre qui, dove sono nati i figli, tornare a casa dopo anni col gruzzolo. Per capire l’immigrazione lontano dai megafoni della propaganda è utile consultare la religione. Innanzitutto per smentire il percepito. Non c’è (ancora) nessuna invasione musulmana. Quasi tre milioni di immigrati, 53% del totale, sono cristiani: cattolici, ortodossi nelle varie declinazioni, evangelici, protestanti. Dominano rumeni e russi. Fin qui più che il Sultano ha potuto lo Zar. Ma al primato del cristiano straniero, corrisponde la ritirata del cristiano italiano. Ormai solo un quarto della popolazione si reca in un luogo di culto almeno una volta la settimana. Le statistiche dell’Istat fotografano disaffezione anche nella pratica saltuaria. E questa disaffezione si accentua tra le giovani. Sì, le donne, vero pilastro della regolare frequentazione di chiese, sono alla testa del cambiamento. Siamo nel Paese dove risiede il Papa: che cosa possiamo aspettarsi, ad esempio, nella Francia laicista? L’assiduità dell’andare a messa la domenica e nelle feste comandate varia a seconda dei territori. Non sorprende che i devoti siano più numerosi al Sud che al Nord. Sorprende lo svuotamento delle parrocchie nella regione più bianca d’Italia: il Veneto. Attorno alla laguna e nelle operose lande del Nordest, culla di benessere economico, la pratica religiosa regolare ha perso dal 2001 a oggi il 45 per cento dei fedeli. Ora, l’import di cristiani stranieri potrebbe essere interpretata dagli ottimisti come compensazione. Lo è senz’altro per quel che riguarda i sacerdoti. Ogni comunità forestiera ha il suo cappellano o padre spirituale. Vale per russi, ucraini, filippini, peruviani. E questi religiosi spesso e volentieri tappano i buchi lasciati nelle nostre diocesi da preti scomparsi e dall’inesorabile calo delle vocazioni. Far sposare i sacerdoti, secondo l’ultimo orientamento dei vescovi, può salvare pecorelle e pastori,  smarrite le prime, decimati i secondi? Mah. Intanto l’immigrazione aggiunge e non sottrae anche in chiesa e nei confessionali. Amen.

Canguri e sceicchi a Varese

Non è facile capire a caldo che cosa abbiano in mente gli australiani sbarcati a Varese con tanto di ambasciatore per ispezionare lo stadio, il velodromo, il palaghiaccio e il palazzetto. Non avevano l’aria di turisti, ma di uomini d’affari pronti a investire milionate di dollari tra Masnago e la zona dell’ippodromo. A freddo si possono fare alcune considerazioni: la comitiva conosce molto bene questo  territorio bello e strategico. A due passi c’è la Svizzera, a quattro un aeroporto dal quale si vola in tutto il mondo: siamo a 27 milioni di passeggeri, erano 5,9 milioni nel 1998. La conoscenza risale a quando Melbourne scelse Gavirate, nell’altro capo del pianeta, per costruirvi il circo degli allenamenti dei suoi gladiatori: canottieri e ciclisti. Qui c’è un lago ideale per la voga d’estate e d’inverno, in lungo e in largo. Qui ci sono le salite giuste, immerse in un paradiso naturale, per temprare fiato e gambe. Oltre tutto nella patria di due campionissimi, Binda e Ganna. Il passa parola, evidentemente, ha funzionato. Rimane  il più formidabile veicolo di marketing, alla faccia di internet. Ma se allarghiamo lo sguardo, contemplando le missioni economiche che gli sceicchi del Qatar, i petrolieri del Kuwait, i mandarini della Cina svolgono da mesi alle nostre latitudini, avendo come punto di riferimento la Camera di commercio, beh le riflessioni sono anche altre. Dovremmo smettere di piangerci addosso, di infilarci nel cilicio prima d’addormentarci, di osservare la realtà con la lente mai sincera della politica e di alcune corporazioni. E dovremmo rivalutare l’intelligenza profetica di capitani d’azienda che, con i mezzi scarsi della prima metà del ‘900, capirono come industria e sport, affari e territorio, profitti finanziari e dividendi esistenziali, potessero  camminare a braccetto. Pane e gioco, l’invenzione della Roma dei Cesari. Cominciarono i pionieri del volo, quando gli idrovolanti erano anche spettacolo agonistico, poi arrivò Giovanni Borghi: Davanti alla sua fabbrica di frigoriferi edificò una piscina olimpionica al centro di un villaggio abitato da pugili, ciclisti, calciatori e cestiti. Non è che agli australiani potrebbe interessare anche questo bendidio lasciato vuoto dalla Whirlpool a Comerio? Ce lo siamo chiesti giorni fa a Villa Ponti mentre quel gran signore di Alfredo Ambrosetti affidava a un amarcord incentrato sui campionissimi della leggendaria Ignis un messaggio che vogliamo interpretare così: cara Varese cambia registro, rallegrati del tuo passato e costruiscici sopra il futuro. Ti ha voluto bene il Creatore pennellando laghi e colline, eserciti signoria su eredità di personaggi illuminati, non ti lamentare sempre e non pensare sempre male. Soggetti che arrivano da Melbourne per fare acquisti qui non invadono, non depredano, non deprimono, al contrario valorizzano una storia che continua a essere maestra. C’è urgenza di vaccinarsi contro il virus di una decadenza proclamata a parole, smentita dai fatti. Là fuori c’è un mondo che gira. Il Milan non è più Berlusconi, l’Inter di Moratti: dice niente? E’ vero: Varese ha uno stadio malconcio e non ha più il calcio. Ha ancora la pallacanestro finanziata da un’azienda quotata in Borsa (Openjobmetis), non più dai capitali di una famiglia. Lo stesso sponsor tiene in piedi il teatro. E’ vero: nel comparto opere pubbliche abbiamo accumulato ritardi e tanti costruttori privati sono falliti. Ed è vero e doloroso che abbiamo 35.000 lavoratori in mobilità: per l’occupazione è dura anche qui. Ma poi arriva una corazzata multinazionale, la Continental, e si compra un gioiello come la Merlett di Daverio. Poi compare un fondo degli Emirati arabi e annuncia che gli interessa fare shopping (fabbriche, ville d’epoca) in una provincia con un pil di 24 miliardi nel 2018, più 4,3% rispetto all’anno prima, un export di 10 e mezzo, una liquidità spaventosa nelle banche. Infine ci viene a trovare Linea Verde che su Rai1 ha appena dedicato un reportage di 54 minuti alle nostre meraviglie: il volo a vela, i parchi tra i quali spicca un giardino zen, alcune aziende della green economy, la cicca della prima scuola ecosostenibile, cioè costruita secondo il vangelo di Greta. Morale: petto in fuori e pancia in dentro. Quella sì, la pancia, potrebbe giocarci un brutto scherzo: se è piena rischia di fiaccare autostima e orgoglio. Comunque niente di nuovo sulle inclinazioni nostrane al piagnisteo. Quando lo raccontava, Piero Chiara citava un motto di Carlo Dossi che era un esponente della Scapigliatura lombarda: “A Vares tutt cala de pes”. Il carattere della gente di qui è tale da sottrarre anziché aggiungere, da nascondere anziché ostentare, da prediligere il silenzio. Alle nuove generazioni il compito di fare un po’ di sano chiasso.

Profitto senza eccessi

Quando David Whitwan, big boss della Whirlpool, annunciò che la corazzata americana sbarcava in Europa scegliendo come porto d’ingresso l’ex Ignis (Comerio, agosto 1989), mise subito le cose in chiaro. Aveva davanti a sé gli orfani del leggendario familismo di Giovanni Borghi, simile a quello di altri re dell’industria negli anni del miracolo italiano. Sorrise come fa l’ospite quando entra in casa d’altri e poi disse: “Sono qui per badare  principalmente gli interessi del mio azionista, cioè del  mio padrone”. Che non aveva un volto, ne aveva migliaia: i sottoscrittori di fondi pensionistici non solo statunitensi. L’approccio fu onesto, ma fermo. La cultura delle multinazionali cominciava a cambiare pelle al capitalismo vecchio stampo. La nuova regola era: prima il profitto, come d’altra parte aveva teorizzato il premio Nobel Milton Friedman individuando nei conti in salita la vera responsabilità sociale di un’impresa. Ora si viene a sapere che 181 top manager di altrettanti colossi globali, tra i quali Apple, non hanno cambiato idea, l’hanno corretta alla luce di una svolta etica: si devono arricchire anche i lavoratori, i fornitori, le comunità di riferimento, altrimenti si fa naufragio. Il business fine a se stesso è economicamente effimero e socialmente inutile. Si può immaginare che su questa inattesa rivoluzione, per ora a parole, poi vedremo i fatti, influiscano il ritrovato ambientalismo, la consapevolezza di aver esagerato in anni di cieco procedere alla ricerca del guadagno finanziario a ogni costo. Ma si può anche ipotizzare che, con le nuove tecnologie, i consumatori abbiano acquisito capacità di selezione e siano in grado di punire i marchi giudicati solo avidi di ricavi. Da qui questo manifesto buonista che fa a pugni con tante vertenze aperte nella galassia delle multinazionali. Restando a Whirlpool, non dice nulla di rassicurante l’annunciata chiusura dello stabilimento di Napoli (400 posti di lavoro a rischio di evaporazione): l’eco dei tagli destabilizza, si capisce, anche chi lavora nella fabbrica storica di Cassinetta di Biandronno, fin qui immune da terremoti. E d’altra parte, allargando la panoramica, si osserva come non ci sia più gara tra il superpotere di imprese che praticano la mondialità e aziende con alle spalle capitali di minore portata. Alle nostre latitudini la Continental ha appena rilevato la Merlett, storico fiore industriale cresciuto al punto da ingolosire un player di rilevanza internazionale. Non c’è storia per un sovranismo di tipo economico e pare sterile propaganda quello di genere politico. Il problema è capire perché improvvisamente il cane smette di abbaiare alla luna del profitto esclusivo ed escludente. I 181 top manager, soprattutto quelli acquartierati nella Silicon Valley,  pensano con imbarazzo alle loro buste-paga lievitate del 940% contro il 12% raggranellato dal lavoratore medio? Forse. Si sono resi conto che l’eccesso di diseguaglianza produce guasti e che la rivolta dei ricchi contro i poveri alla lunga crea sconquassi sociali? Probabile. L’importante è scongiurare il peggio: quando il cane smette di abbaiare o morde o sta morendo. Intanto si può ragionare sulla profezia rappresentata da Whirlpool che si comprava la ex Ignis, già diventata olandese sotto il dominio di Philips, e che vent’anni dopo avrebbe messo le mani sulla Indesit. Di italiano, cari lettori, rimane ben poco. I Gelati Motta sono della Nestlè, Krizia dei cinesi, Bulgari e Loro Piana dei francesi di Lvhm, Valentino parla la lingua del Qatar, la Rinascente è thailandese, la Poltrona Frau ha passaporto americano, persino due squadre del cuore lombardo, l’Inter e il Milan, hanno cambiato la fisionomia facciale passando dal rosso-nero- azzurro al giallo con diverse gradazioni. Verrebbe voglia di dire che una certa Italia non esiste più. Non è così: l’eredità del nostro talento imprenditoriale resiste, non muore l’aristocrazia del lavoro nostrano fatto con la testa e con le mani da migliaia di operai e tecnici. Non c’è più il grande capitalismo familiare targato Agnelli, Olivetti, Pirelli, forse non c’è mai stato; ci sono tante medie e piccole imprese leader mondiali nel loro comparto. Non buttiamoci giù. Ma non pensiamo che la tendenza si possa capovolgere. Soprattutto non lo pensino i renitenti all’innovazione che è l’unica sfida abbracciando la quale si possono sconfiggere i gufi della decadenza inevitabile.

La cultura della porta accanto

Se è vero che il vino buono si trova nella botte piccola, c’è un minuscolo museo a Besano, profondo Nord, confine con la Svizzera, che merita di essere segnalato alle moltitudini una volta sbarcate a Malpensa per iniziare il loro viaggio in Italia. Parentesi: risultano 44mila arrivi dagli Stati Uniti, 29mila dalla Cina, 12mila dal Giappone. Incredibile ma vero. L’edificio ha mura antiche come si conviene a luoghi che racchiudono preziosità. E le preziosità sono le impronte fossili di un balenottero e di un dinosauro che sguazzavano in Valceresio quando le colline di oggi erano gli abissi marini di ieri. Facciamo ieri l’altro: 242, 8 milioni di anni fa. La natura non cancella nulla: ciò che c’è stato si tramanda sotto forma di segni paleontologici leggibili solo dagli studiosi della materia. Il sito di questi ritrovamenti, Monte San Giorgio, tra Viggiù e Saltrio, è uno dei quattro patrimoni dell’Unesco alle nostre latitudini; gli altri sono il Sacro Monte, Castelseprio col monastero di Torba, l’isolino Virginia. Ce ne rendiamo conto: il museo di Besano è una nicchia che attira una élite di appassionati. Comunque è uno scrigno raro, la sorpresa in un territorio reso celebre da ben altro allorché scoccò la rivoluzione industriale e da queste parti capitani coraggiosi diedero il meglio di sé fabbricando di tutto, dagli aerei ai bicchierini di plastica. Perché parlare ora e qui di queste cose? Per fare memoria: non guasta mai. Per sconfessare quanti sostengono che la cultura ha poco da raccontare a Varese: non abbiamo cattedrali, vero, ma tanti, incomparabili tesori dell’anima. E perché pare sia venuto il momento di ripensare alle vocazioni di questa fetta del Nordovest, scordandoci il passato, non perdendo di vista il presente, pensando al futuro. Che è un autobus di passaggio: prima ci si sale, meglio è. Milano si è già procurata un posto di primo piano rivisitando il proprio profilo urbanistico con audaci torracchioni, creando foreste urbane, spingendo l’acceleratore sugli eventi d’arte, trasformando i vecchi opifici in teatri, musei, università, laboratori di scienza classica e tecnologia moderna. Varese, che di Milano è storicamente satellite, deve fare di tutto per restare nell’orbita. Aspettando che idee e risorse cadano dall’alto? No, scuotendo l’albero rigoglioso delle opportunità fornite dalla “polis”. Cioè dalle città e dai suoi abitanti più in vista se l’abitudine non fosse quella di restare nell’ombra. Ci riferiamo agli eredi di quei capitani coraggiosi che fecero l’impresa (economica) e che oggi sono chiamati a farne una di tipo diverso (culturale). La Camera di commercio in questi giorni ha tracciato un percorso non casuale: se siamo terreno d’approdo di milioni di viaggiatori, per turismo o per affari, se viviamo in un’oasi di raffinate bellezze naturali, storiche e artistiche, bene, la ricetta è la seguente: si provi a stimolare l’amor proprio nostrano,  specialmente ai piani alti della scala sociale, si incoraggino, guidandoli, coloro che nel mezzo del cammino possono investire nella cultura di casa loro. I vantaggi ci sono. Fiscali innanzitutto: il mecenatismo di oggi prevede agevolazioni per legge. Personali: è bello lasciare un segno, redistribuire una parte dei ricavi. Sociali: la ricchezza ferma nelle banche, quella di un capitalismo familiare in ritirata, è una ricchezza effimera. Là fuori c’è da fare molto per valorizzare, motivare, finanziare avventure utili al consumismo culturale. Se non ora quando, impegnarsi a sviluppare una formula che la Camera di commercio sintetizza con tre fattori: futuro, impresa e territorio?  Si può sponsorizzare una mostra, un concerto, ci si può prendere cura di un museo, di un premio letterario, di una stagione di prosa. Varese fu strepitosa nell’aiutare lo sport, in parte lo è tuttora; molto può fare per l’arte, l’accoglienza turistica, l’utilizzo di monumenti abbandonati. Un piccolo esempio: aver trasformato giorni fa la torre littoria di piazza Monte Grappa in osservatorio democratico, consentendo a qualche centinaio di persone di godersi il panorama della città da lassù, ha fatto piacere. Soldi spesi bene da un giovane barman. Nessuno si aspetta il restauro del Colosseo. Siamo nella provincia lombarda, abbiamo gente che ha sempre pensato al lavoro e continui a farlo, per carità. Ma stanno cambiando i tempi e non è il caso di rinnegare il nostro passato: luogo di delizia del patriziato milanese, il territorio deve a pochi, illuminati leader la trasformazione di un’Arcadia rurale in crocevia di personaggi illustri. L’ultimo Verdi venne tra noi a scrivere la musica dell’Otello, Francesco Tamagno abitò la grande villa Pero oggi parte dell’ospedale di Circolo e poi Morselli, Piovene, Guttuso. E’ tempo che queste storie siano riscoperte e contribuiscano  a disegnare un ritratto diverso delle nostre contrade. Che alla voce cultura non sono né aride né insignificanti.

 

La missione del BisConte

La Gazzetta dello Sport giornale più letto dagli italiani durante la crisi di governo. La notizia non è vera, la solita bufala di un social: il primato della “rosea” dura tutto l’anno, da tanti anni. Ma la notizia è verosimile se serve a fotografare la disaffezione dei sudditi di rango davanti alle follie dei loro e re. Disaffezione è sinonimo di sfiducia, distacco, indifferenza, largheggiando di rassegnazione e di nausea. Certo: migliaia di telespettatori nei giorni scorsi hanno seguito gli speciali dei tg, come si trattasse di una partita di calcio della nazionale. Ma i record d’ascolto soprattutto sulle reti del servizio pubblico non cancellano il disinteresse per la politica specialmente – ed è una perdita –  nei ceti medio alti: imprenditori, professionisti, insegnanti, studiosi che sono lo zoccolo duro di quanti non votano più (quasi il 50%) non sapendo più a che santo votarsi. Essi sono coloro ai quali è difficile dare a bere che il nuovo governo nasce dal basso, per volontà degli iscritti alla piattaforma Rousseau. A parte che il referendum digitale ha coinvolto uno zero virgola rispetto a 60 milioni di italiani, il Gatto e la Volpe, cioè Grillo e Casaleggio, sapevano già il risultato e hanno affidato a Pinocchio, cioè Di Maio, il compito di drammatizzare una consultazione il cui esito era stato preventivamente verificato. Non mancano i mezzi tecnologici al Grande Fratello pentastellato.  Resta da capire perché un Paese che ha non una Camera, ma due, pagate con soldi pubblici, dovrebbe affidare le proprie sorti a un sondaggio privato. Ma questa è un’altra storia. Sono coloro, i disaffezionati, che non hanno digerito la recidiva di alleanze innaturali: la prima tra Movimento Cinque Stelle e Lega, quattordici mesi fa, la seconda, oggi, tra Zingaretti e Di Maio che si odiavano platonicamente. E hanno preso atto di una manovra di palazzo spinta dietro le quinte dalla manina di Renzi, un alieno rispetto al Pd attuale. La presa di distanza della buona borghesia dalla politica è il vero nodo che dovrà sciogliere il nuovo governo, presieduto oltre tutto da uno riconducibile non al bar sport, ma proprio a quella fascia culturale e professionale che da una decina d’anni a questa parte non si sente rappresentata. La quota più alta dei disertori delle urne si registra tra elettori con preparazione universitaria. I programmi di un esecutivo che giura nelle mani del capo dello Stato sono tutti belli, ariosi, piacevoli da leggere: il lavoro, l’ambiente, il patrimonio artistico, la lotta alle disuguaglianze, meno tasse per tutti. E perché no, la pace nel mondo? Ma il primo impegno in un’Italia sfilacciata, con un Sud scomparso dai radar per i dati economici, ma di nuovo presente in forze nella carta d’identità dei ministri, dev’essere proprio il recupero di quelle energie migliori perse per strada in anni scapestrati. Il monito riguarda soprattutto il Pd, anche se è minoranza nel governo del BisConte: ha tanta presunzione, il peccato più grave, da farsi perdonare. Deve recitare il mea culpa se gli operai votano Lega e non da ora (c’era ancora Bossi); se gl’industriali, delusi da uno di casa, Berlusconi, avevano guardato proprio ai Democratici ed erano felici che tra le loro file si fosse iscritto Calenda, giudicato i loro occhi leader affidabile, e poi si sono trovati a dover dialogare con il giallo e il verde; se, infine, scomparsi i partiti storici, capaci di esprimere un pensiero moderato, il Paese è scivolato ai piedi di Salvini. Al quale bisogna riconoscere d’aver approfittato alla grande del vuoto attorno a lui. In fondo anche il Truce, come i leader del Pd, ha peccato di presunzione gridando gatto senza averlo nel sacco (scioglimento delle Camere subito). Ritrovare la strada è l’impegno col quale si mette all’opera il nuovo governo del quale Mattarella si è affrettato a disconoscere la paternità: ha fatto il notaio. Come dire: non prendetevela con me, come ve la prendeste con Napolitano, se le cose non andranno per il verso giusto. E d’altra parte c’è una grossa differenza di stile e di metodo tra i due presidenti della Repubblica. Li accomuna solo il guaio di aver avuto a che fare con classi dirigenti oratoriane, litigiose, permalose, sprovviste di senso dello Stato. Ciò ha provocato il divorzio dell’Italia degli ottimati dalla politica e da chi la incarna. Se ci pensate questa è la fuga di cervelli più preoccupante.

 

Il silenzio attendista dei cattolici

I cattolici praticanti, sacerdoti compresi, non tutti ovviamente, si fanno il segno della croce prima di pronunciare parole gravi e dolorose, ma non rinunciano a farlo: sui migranti stanno più con Matteo (Salvini) che con Francesco (il Papa). Del Truce non sopportano la spacconeria. La linea inflessibile sui porti chiusi, sì: quella gli piace. Di uno che ogni due per tre invoca il cuore immacolato di Maria sospettano la scaltrezza, ma gliela perdonano. Sennò che cattolici sarebbero. Nessuno in questo momento di caos, pensa che politicamente possa nascere un partito d’ispirazione cristiana capace di cancellare il miracolo leghista. E di salvare la capra della globalizzazione e i cavoli del sovranismo. Ma l’atteggiamento non è di rinuncia, è di vigile attesa. C’è stato il Meeting di Comunione e Liberazione, movimento che sotto la guida di Carron ha cambiato pelle concentrandosi sulla testimonianza attorno alla Chiesa e lasciando perdere, almeno a livello di vertice, la presenza nel Palazzo. Poca politica e in quella poca nessuna polemica con il ministro che teneva a bagnomaria le navi delle Ong cariche di disperati. Tolleranza. Anzi una domanda cara a al pontefice attuale: chi siamo noi per giudicare? Per forza, si dirà: i cattolici ciellini sono fuori dal governo. Non dal sottogoverno dove continuano a esercitare signoria, nel solco del formigonismo e dintorni, controllando le nomine nella scuola, negli ospedali, nel sociale in genere. Il caso Lombardia è un modello che la dice lunga. E d’altra parte la catastrofe della classe dirigente italiana è tale da lasciare spazi importanti ai rari casi di organizzazioni che in questi anni disperati hanno continuato a fare scuola come la facevano una volta i partiti all’ombra dell’impegno ideologico. O della scelta di campo. CL è tra queste. Solo che oggi trionfa il tribuno sanguigno che punta tutto sulla propria immagine, sulla sua capacità dialettica, sulla bestiale comunicazione che ne diffonde l’eco in tempo reale. Un fenomeno usa e getta, se si pensa che dura per una stagione non per un’epoca, che pensa alle elezioni non alle generazioni. che dopo le alte fiammate diventa brace. Salvini è ancora nella cronaca, Di Maio pure. Renzi che quattro anni fa era re d’Italia in un niente è diventato reperto storico. Il problema della ricostruzione di un centro di gravità permanente, tuttavia è sul tappeto della politica nazionale. E gli italiani travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, lo avvertono. Non ci sono forze intermedie, come sta sperimentando Mattarella alla ricerca di una quadratura del cerchio. E quando non c’è un buon  centro (campo), come insegna il  calcio, giocare sule ali è esercizio diabolico, soprattutto quando esse si rivelano spericolate. Che la Lega, pur accreditata di consensi democristiani, si possa trasfigurare in qualcosa che alla Dc assomigli è fuori da ogni logica. Anche da ogni aspettativa. Vale a maggior ragione  per i Cinque Stelle. Il Pd è tutto tranne che un partito federatore capace di tenere insieme il Paese, da Nord a Sud. Fatica a non litigare con se stesso. Fora Italia non pervenuta. E allora, se in prospettiva si  avvertirà l’esigenza di un polo di mezzo, la storia insegna che la riserva di caccia perlustrata per costruirlo è il mondo cattolico. Un partito del Papa? No, sono blasfemi quelli che lo pensano. I luoghi nei quali coltivare questo progetto stanno in basso: nelle parrocchie, nei movimenti civici, negli immensi giacimenti del volontariato laico. Lì è annegato in questi anni l’esercizio del voto al quale cinquanta cittadini su cento hanno rinunciato, soffrendo. Bisognerà pure fare qualcosa per recuperare il bendidio di risorse perdute. E bisognerà capire che Trump dice “America first” a elettori cui sta offrendo ritmi di crescita economica sorprendenti, chi lo imita urlando “prima gli italiani” parla a un Paese con le ruote sgonfie. La crisi di governo ha cancellato promesse e speranze. Ci aspetta un brutto settembre. E’ passato inosservato un raduno del 22 luglio benedetto dal direttore di Civiltà Cattolica e dunque dal Vaticano. Obiettivo: ridare luce a un movimento ispirato ai principi cristiani e aperto alla partecipazione dei laici. Potrebbe chiamarsi Rete Bianca. Un tentativo, solo questo, di non sventolare prima o poi bandiere dello stesso colore.

 

L’Italia, nonostante tutto

Le statistiche si leggono e si dimenticano e poi ti devi fidare: spesso sono istantanee approssimative. Meglio fermarsi a ciò che si vede gironzolando nell’Italia delle ferie che è come uno zoom: fissa il particolare. In questo limbo rappresentato dall’agosto più pazzo del mondo (andremo in paradiso, resteremo in purgatorio, nelle mani di chi?), si registra un boom di flussi turistici, complici l’anticiclone delle Azzorre e forse un’immagine dell’Italia non scalfita dai pasticci di palazzo. Tanti stranieri tra noi, tantissimi dall’Est europeo. Giapponesi e americani, i nostri clienti forti, paiono surclassati da polacchi, rumeni, russi, sloveni. Ristoranti e alberghi aggiornano la loro comunicazione linguistica nei menù: dev’esserci stato un passa parola che ha smosso comitive aviotrasportate scaricandole negli aeroporti del Centro. Il viaggio in Italia non comincia più solo da Milano, da Roma, ma da Pisa, da Catania, da Lamezia Terme. Da lì si prosegue con auto o pullmini a noleggio. Se è vero che i grandi eventi ci mettono un po’ a produrre ricadute sul Paese che li organizza, ci piace pensare che Expo 2015 incassi i primi dividendi. Avanti tutta con le Olimpiadi Milano-Cortina: costeranno un occhio delle testa, si riveleranno un buon investimento. Identikit del turista tipo: si trascina appresso un trolley sbarcando da un volo low cost: lui e lei, solitamente,  con le prenotazioni sul video dei cellulari. La variabile è la prole al seguito. Il web ha distrutto le antiche liturgie del tour organizzato per tempo. Molti hanno comprato e pagato la settimana prima e sono partiti senza ansie. E tuttavia si afferma un altro tipo di bagaglio: lo zaino in spalla per avventure, a piedi, lungo il cammino della Via Francigena che di anno in anno rosicchia il primato insuperabile del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela. Per footing o per fede, per devozione sacra o meditazione profana, pare in grande spolvero in questo 2019 l’itinerario pedestre che comincia a Canterbury, ma nella parte italiana si snoda dal Gran San Bernardo a Roma. Era inimmaginabile che l’uomo del terso millennio, dopo aver scoperto l’Alta Velocità, tornasse al passo lento per godersi una vacanza. Ma così è da quanto mi è capitato di vedere nei giorni scorsi calcando le crete senesi fino a Radicofani, il paese di Ghino di Tacco, ultimo brandello rosso nella Toscana salvinizzata. Il fenomeno è sempre meno di nicchia, lo praticato giovani che dieci anni fa andavano a Ibiza. Dove risiede lo strano oggetto del desiderio? Nel fascino esercitato dalla natura, che però non esclude il richiamo dell’arte. Il cammino offre alla moviola l’incontro ravvicinato con il tesoro nascosto di questo Paese: i piccoli borghi. Certo: lunga vita al Colosseo, agli Uffizi, a Pompei, alla Torre di Pisa, alla valle dei Templi, luoghi immortali, entrate sicure. Ma non si scrive con la “a” minuscola l’arte delle città fortificate nel triangolo Toscana-Umbria-Lazio, non si perde tempo sostando davanti a una pieve del dodicesimo secolo, non è meno emozionante una tela di Benozzo Gozzoli se giace sperduta in una campagna anziché issata su un altare in un museo di Firenze. Quanti richiami alla Commedia di Dante girovagando nella Val d’Orcia, patrimonio dell’Unesco, o facendosi guidare da un radiolina nel Duomo di San Gimignano. I Medici e lo Stato Pontificio hanno lasciato un segno indelebile nella nostra civiltà. L’Italia, nonostante tutto. Impareremo mai a esserne orgogliosi? Lo sono, orgogliosi, due marcantoni che ho incontrato a tra San Miniato e Garbassi, uguali a tanti camminatori in tutto tranne per una bandiera con croce bianca in campo rosso che s’innalzava sullo zaino: “Siamo guardie svizzere, abbiamo servito il Papa per tre anni. Torniamo a casa, a Zurigo”. A piedi come da bolla pontificia di 1505, firmata da Giulio II e ancora rispettata. I piccoli borghi medievali sono il cuore e l’anima dell’identità della nazione, rappresentano l’antico ingegno che desta ancora meraviglia. Gli stranieri li amano e se possono ci comprano torri e casali, noi italiani non riusciamo a valorizzarli. Un po’ di numeri per capire lo stato dell’arte, è il caso di dirlo: 3400 musei, 2100 aree e parchi archeologici, 43 siti dell’Unesco. Abbiamo il più ampio patrimonio culturale del mondo, ma il ritorno commerciale di questo bendidio è da quattro a sette volte inferiore a quello realizzato da Francia e Inghilterra, il contributo dato alla nostra economia si ferma al 13%, in Spagna è del 21%. Se stendendo la manovra finanziaria, i ministri mettessero risorse nel comparto avremmo utili e occupazione e si sentirebbero meno soli sindaci e assessori nella difficile partita del marketing territoriale. Che bello se la parolina Pil si potesse tradurre in Piacere interno lordo. Buone notizie dai monti, forse per effetto delle Olimpiadi 2026 sull’asse Milano-Cortina: oltre cento impianti di risalita in dodici valli aperti come fosse Natale e non Ferragosto. Non era mai successo.

Lidia, non poteva che finire così

La giustizia degli uomini è fallace, a volte sfortunata. Ma nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi – un ergastolo indiziario che si trasforma in assoluzione piena, la parata trionfale di periti di tutte le branche della criminologia che si rivela un flop, la beffa di un processo trasferito a Milano, da Varese, e che proprio a Milano si chiude con la liberazione di colui che Varese aveva condannato  -, beh tutto ciò carica la vicenda giudiziaria di significati non trascurabili. Partiamo da quelli umani: Stefano Binda si è fatto tre anni e mezzo di carcere non dovuto. Vai a capire perché a trentadue anni dal delitto, quando non poteva inquinare più nessuna prova, gli sia stato negato ostinatamente di attendere  il verdetto a piede libero? Cambiamo fronte: la famiglia Macchi. Nel 1987 a un padre e a una madre dissero che l’assassino di Lidia era un prete. Fu il primo abbaglio doloroso di una storia giudiziaria nata male e finita peggio. Poi nessuno mosse più un dito per 27 anni, nemmeno per scagionare il sacerdote che rimase presunto innocente. Infine lo choc del 2016: è stato Stefano Binda, un compagno di liceo di Lidia. L’ha violentata e uccisa, ventinove coltellate, e con una lettera delirante ha firmato il delitto. Ma Binda, definito intellettuale dannato dal gip che lo arrestò, da qualche giorno prende il caffè al bar del suo paese, rispettato da chi non l’ha mai creduto un mostro. Per i familiari di Lidia è un altro colpo duro. Succede, è successo, succederà  che un uomo entri da assassino in un tribunale e ne esca vergine da ogni colpa. Succede, è successo, succederà anche il contrario in omaggio alla regola dei tre gradi di giudizio per giungere alla migliore delle conclusioni possibili. Il fatto è che nel caso di Lidia Macchi di possibile non rimaneva più nulla quando Binda fu incarcerato. Il processo era ormai azzoppato. Anche da guerre interne: toghe contro toghe. Incredibile ma vera la distruzione dei vetrini sui quali poteva essere rimasto il Dna dell’accoltellatore. Inutile scomodare il meglio delle scienza, persino un archeologo forense, quando non ci sono più reperti sui quali effettuare indagini. Azzardato tentare di riprocurarseli svegliando dal sonno eterno i resti di Lidia, sepolti da 30 anni. Che dolore atroce per un mamma dire sì alla riesumazione! Spettacolare, infine, l’idea di mobilitare l’esercito per rivoltare un parco cittadino alla ricerca dell’ arma del delitto sulla base del racconto di una testimone: Stefano si era recato in quel parco con un pacchetto pochi giorni dopo il delitto. Non s’è trovato nessun coltello naturalmente. Morale: il processo di primo grado, suggellato da un ergastolo, ha ruotato attorno a una perizia calligrafica su una lettera attribuita a Binda, come quando non c’erano i Ris, ma i vecchi marescialli della Mobile. Con buona pace del colossale dispiego di scienziati che non è servito, purtroppo, ma che bene s’è fatto a mobilitare. Quando si riapre un caso giudiziario, non freddo, ma morto da 27 anni, quando una Procura generale avoca a sé un processo, il magistrato che lo eredita si prepara ad affrontare la sfida investigativa con quanto di più sofisticato esiste, altrimenti è meglio che lasci perdere. Senonché a Varese si erano convinti ci fosse sufficiente materiale indiziario per condannare Binda: atto di indubbio coraggio a sei lustri dai fatti. A Milano, la corte d’appello non se l’è sentita di infliggere il fine pena mai a un uomo di 50 anni senza il sigillo di una prova certa, non suscettibile di interpretazioni contrastanti. Doveva finire così, ammesso che la Cassazione non ordini di rinnovare l’istruttoria dibattimentale. Non poteva che finire così per un delitto uscito, da tempo, dalla cronaca ed entrato nella storia. “Le vie del Signore sono infinite”, disse Carmen Manfredda, allora procuratore generale, ribattendo con l’ottimismo della volontà al pessimismo della ragione di chi parlava di “verità impossibile” sulla morte di Lidia. Sono passato quattro anni. L’impressione del mistero insondabile o ben protetto ormai è profonda. Amen.

Zorro e Prof, dialogo notturno

“Ti ricordi Peppino? La nostra  avventura cominciò con una lite furiosa, scusa se uso un aggettivo che evoca il mio cognome. Era l’ultimo giorno del 1974. Dall’osservatorio avevo avvistato in una fotografia arrivata da uno dei primi satelliti geostazionari un ciclone che si stava dirigendo minaccioso sul golfo di Napoli. Avrebbe provocato danni e morti. E così fu. Ma non potei avvertire nessuno a Roma e a Milano, perché nessuno a quei tempi vigilava contro le emergenze. Poi era Capodanno, figurati. Me la presi con te che eri capo supremo dei vigili del fuoco. Ti spronai a fare qualcosa. L’ Italia viaggiava sprovvista delle cinture di sicurezza….” “E vuoi che non me lo ricordi, Salvatore? Per te ero il bersaglio ministeriale più vicino, abitavamo nella stessa città. Mi spellasti vivo in una intervista alla Prealpina. Beh, avevi ragione. Individuavi una lacuna da colmare. Mi dovevo muovere…” Ci siamo immaginati questo dialogo notturno tra Giuseppe Zamberletti e Salvatore Furia, il Generale Terremoto e il Grillo Parlante, ora che le loro anime coabitano in una Dacia nel più bel parco di Masnago. E dal loro amarcord, tenero, confidenziale, fiero, emerge un motivo d’orgoglio per la comunità: la Protezione Civile è nata a Varese per uno di quei disegni e che il caso abbozza e gli uomini completano. Se Zamberletti è il padre di questo fiore all’occhiello nazionale, Furia ne è lo zio. Uno si è fidato dell’altro, il Professore gridando per tanti anni nel deserto, scuotendo il Palazzo,  il  Ministro organizzando un servizio dello Stato, lasciando il proprio segno. Non a caso era Zorro il suo nome in codice nella rete dei radioamatori. Ma seguiamo il dialogo di fantasia che racconta una storia vera.  Peppino: “Eh sì, caro Salvatore, in Italia eravamo fermi alla previsioni meteo dell’Aeronautica militare e nulla si sapeva di come affrontare l’emergenza dopo una calamità, nonostante ci fosse stata l’immane tragedia del Belice. Non c’era una rete nazionale che coordinasse soccorsi né un metodo da seguire per sistemare i sopravvissuti”. Salvatore: “In compenso quelli come me erano considerati pazzi mistificatori perché studiavamo i fenomeni naturali e chiedevamo interventi a una politica che si perdeva in beghe di correnti. Poi le correnti arrivavano davvero, come quelle dei ciclone di Napoli, e la nostra impotenza si trasformava in rabbia”. Peppino: “I pazzi mistificatori c’erano. Tu eri altro:  uomo di responsabilità istituzionale, non perseguivi interessi di parte e fondando un osservatorio astronomico ti eri accreditato come persona affidabile, capace, preziosa. Ti ricordi quando mi mandarono in Friuli per il terremoto del 1976? Mi chiamò Aldo Moro sconvolto, era lui il capo del governo, mi diede poteri illimitati. E tu….” Salvatore: “E io ricevevo la tua telefonata ogni giorno alle sette del mattino. Volevi le mie previsioni meteorologiche per decidere se evacuare un paese, spostare una tendopoli. Penso  che nei canali istituzionali ti odiassero sentendosi scavalcati da un Furia qualsiasi”. Peppino: “Abbiamo fatto cose buone con risorse varesine. Come dimenticare la gente di qui che ci presto le roulotte, i radioamatori del comune amico Gianni Romeo? In Friuli e poi in Irpinia imparammo a riconoscere l’importanza fondamentale di centri di vigilanza h 24 come quelli ai quali tu pensavi da almeno dieci anni. E scoprimmo che la generosità privata occasionale può diventare servizio pubblico. Quali sono i capisaldi della Protezione civile? Vigili del fuoco, esercito, forse dell’ ordine, Croce Rossa, certo. Ma il mastice che tiene insieme il tutto è l’esercito di volontari, le giubbe gialle per intenderci. Gente che da quando c’è il servizio nazionale con una legge che lo regola, è selezionata, preparata, informata su quanto deve fare dopo un’alluvione, un terremoto”. Salvatore: “Mi fai pensare ai miei ragazzi: quanti no ho avuti all’osservatorio, al Centro geofisico. Gli insegnavo a cacciare le stelle, ma anche a impastare la malta e a stendere il bitume su quella maledetta strada che porta a Vetta Paradiso. Abbiamo picconato, sbadilato, sparato mine. Un lavoro terribile a 1300 metri d’altezza, tra freddo e neve”. Peppino: “Ti deve molto Varese, lasciatelo dire da sacromontino. La battaglia contro l’inquinamento del lago,  l’istituzione del Parco del Campo dei Fiori. E ti devo molto io: grazie a una tua intuizione geologica, in pratica prevedesti una frana, in Valtellina nel 1987 durante la terribile alluvione, salvammo almeno mille vite. Ti volevo dare un posto nella Commissione Grandi Rischi. Non hai voluto”. Salvatore: “Beh, visto  che siamo a 50 anni dalla conquista della Luna, ti confesso una cosa nota a pochi:  Francesco Zagar mi aveva proposto di seguirlo a Cape Canaveral nei giorni della missione. Era il direttore dell’osservatorio di Brera, dove io avevo  lavorato nel dopoguerra, uno delle centinaia di scienziati coinvolti per lo storico evento. Diceva che io della Luna conoscevo vita, morte e miracoli, che gli sarei stato utile  Rifiutati e lui ci restò malissimo. Quasi mi tolse la parola. Ma io stavo costruendo l’osservatorio, non potevo tradire la fiducia dei miei ragazzi e soprattutto dei benefattori. Rimasi a Varese”.  Zorro e Prof tornano a dormire. Sui una collina come gli eroi di Spoon River. Per sempre.

Diamo il Nobel a Lampedusa

C’è la suggestione di un grande della letteratura, Mario Vargas Llosa, che vorrebbe assegnare il Nobel per la pace a Carola Rackete. E c’è stata, mesi fa, la mobilitazione di un gruppo sovranista tedesco che l’onorificenza universale voleva conferirla a Matteo Salvini. La Capitana e il Capitano, entrambi coraggiosi. Chiudiamola così, per carità. Diciamo che se ne riparla più avanti, quando fa meno caldo. Ma nell’attesa ragioniamo su chi meriterebbe davvero il riconoscimento, non per la pace, parola grossa, ma per la suprema virtù, concetto minuscolo, che può generarla: la tolleranza. A nessuno viene in mente che questo premio spetterebbe a Lampedusa, una zolla di terra in mezzo al Mediterraneo, colpita dalla più severa delle maledizioni. Quando ha smesso di essere sulla traiettoria dei missili lanciati dall’irrequieto Gheddafi – e una volta uno di questi aggeggi si fermò a poche centinaia di metri dalla Spiaggia dei conigli – è diventata il capro espiatorio di una vergogna planetaria. Né l’Europa né l’Africa,  giganti diversi, sono stati capaci fin qui di salvarla dalla rovina degli sbarchi. Che ci sono dal 1994 e nessuno diceva niente allora. Poi sono cominciate le tragedie, volute, previste, organizzate sulla pelle di madri e bambini e il porto dell’isola è diventato un set. Centinaia di network, schierati come un’artiglieria, pronti a trasmettere immagini di cadaveri chiusi in sacchi di plastica dopo essere stati estratti dalla stiva di un barcone, dove non si respirava più per i gas di scarico e si moriva lentamente. Anestetizzati. Infine la battaglia di questi mesi tra buoni e cattivi, tra chi chiude i porti e chi forza il blocco, tra le autorità italiane e le Ong. Buoni e cattivi? Vai a capire il paradosso. Ma andando a capirlo si è scoperto quanto un ragazzo di laggiù, Giacomo Mercurio, che faceva l’impiegato in un albergo e ora grida nel deserto dal microfono di Radio Delta, ci spiegò l’estate del 2011 mentre i media raccontavano l’eccidio quotidiano, quasi fosse un reality show. Ci disse Giacomo che le notti di Lampedusa erano popolate da fantasmi, che alle prime luce dell’alba, lontano dal palcoscenico internazionale, cioè il porto, centinaia di alieni con la pelle nera approdavano non visti, toccavano terra e sparivano. Vivi e vegeti, a differenza delle mummie allineate sulla banchina in attesa del sopralluogo del magistrato di turno. Quello era il focolaio della peste, lì la gente di Lampedusa avrebbe voluto le telecamere. Sono passati otto anni e si conferma che i ladri hanno gabbato le guardie, che le battaglie navali sono roba da fumetti, che dall’inizio del 2019 i profughi fatti ballare per giorni tra le onde prima dello sbarco da navi umanitarie sono 297 mentre gli “invisibili” scesi da taxi criminali senza bandiera, per lo più pescherecci clandestini, sono stati non meno di tremila. Entrati illegalmente in Italia, loro sì, mentre il governo giocava a braccio di ferro con il comandante della Diciotti e l’olandesina al timone della Sea Watch 3. Cambia qualcosa? Moltissimo. Gli attracchi più pericolosi sono quelli non intercettati. Difficile che sui battelli delle Ong si trovino latitanti, pregiudicati, magari terroristi. Facile che costoro siano arrivati e spariti utilizzando, oltre tutto, passaggi sicuri. Lampedusa è vittima consapevole di questa schizofrenia, perciò – insistiamo- merita il Nobel più della ragazza spericolata e del ministro sceriffo. L’isola che in dieci anni ha perso tutto, immagine, turisti, affari; l’isola sulla quale gli abitanti si salutano dicendo “O’ scià”, che significa “fiato mio”, cioè il respiro, il dono più grande della vita; quest’isola dove nuotano ignare le tartarughe, sta dando a tutti noi una grande lezione di civiltà. Mai una manifestazione di xenofobia, di razzismo, mai una reazione di rancore collettivo. Certo: Salvini ha vinto anche qui, alla fine del mondo, e Giacomo racconta che furono i dirigenti di Radio Padania libera a suggerirgli come ottenere le frequenze per la sua emittente, ancora troppo locale per fare audience. In quindici anni i lampedusani hanno praticato solidarietà e responsabilità sociale. Memorabile il gigantesco cous-cous organizzato in piazza dalle famiglie nel 2012 per sfamare migliaia di profughi abbandonati da tutti. Fu uno dei primi fallimenti governativi. Una profezia. Siamo nel pieno di un’altra estate. Ci dicono che gente sull’isola ce n’è poca ed comprensibile: turismo compromesso da anni. A Rimini, a Jesolo avrebbero chiesto, non da ora, lo stato di calamità naturale. I lampedusani, perseguitati da mali antichi, si accontenterebbero che le loro mamme non dovessero andare a Palermo a partorire a loro spese; che la nave dal continente non arrivasse a singhiozzo; che il cimitero in gran parte occupato da tombe senza nome, quelle dei profughi, avesse più spazio. E’ questo il Nobel che la gente di qui si aspetta nell’immediato. Tra una battaglia navale e l’altra, Salvini, se legge, provveda.